Rispetto e amore

Il termine rispetto viene dal latino e significa letteralmente “guardare indietro”. Il verbo “respicere” sembra alludere a qualcosa di più profondo di una semplice osservanza di una regola. Nella nostra mente il rispetto può associarsi alla costrizione, all’obbligo, alla disciplina, ad un atteggiamento forzato dettato dalle regole dello stare in società.

Si scopre invece che la radice del rispetto non è il guardare con timore l’autorità e nemmeno il trattenersi controvoglia da atti lesivi verso l’altro. Nel rispetto c’è un consenso, un’adesione spontanea fra il sentimento e chi lo prova. Dunque non si può chiedere né esigere, non si può dare né ricevere a comando. Si può solo “sentire” intimamente, come un senso di meraviglia di fronte al sacro della natura vivente.

Tale guardare inoltre si rivolge all’indietro. Esso realizza una sospensione nella volizione cieca che spinge solo in avanti, che calpesta tutto e tutti pur di raggiungere i propri scopi egoistici ed infantili. Guardare indietro è soffermarsi sugli effetti possibili del proprio operato e poter porvi rimedio, è attenzione nei confronti di chi fa più fatica, di chi ci domanda qualcosa, in una parola di chi esiste al di fuori del nostro ego.

Lo sguardo all’indietro viene così a coincidere con la maturità e la sanità psichica , ovvero con la possibilità di uscire da se stessi per cogliere il punto di vista o la dimensione esistenziale dell’altro, accogliendoli come manifestazioni possibili dell’esistente.

Per decentrarsi  rimanendo se stessi bisogna poter contare su un’identità solida, che non ha paura della diversità perché non si sente minacciata bensì arricchita dall’incontro con l’alterità.

E ciò ha come ricaduta un sospendere, un lasciare indietro giudizi basati sulle apparenze, invidie, gelosie, basse passioni a partire dalla consapevolezza che ogni singola storia umana ha la sua peculiarità, il suo segreto, il suo peso e la sua pena.

Il rispetto allora si lega all’equilibrio della personalità e alla capacità di comprendere l’altro senza ricorrere a categorie preconcette, restando umili e aperti alla possibilità di  arricchire o modificare la propria visione.

Rispetto e amore

Si capisce come il tema del rispetto impatti notevolmente non soltanto nella vita di relazione e comunitaria, ma anche e soprattutto nei rapporti d’amore, dove il livello di intimità si suppone massimo. Se a livello sociale ci si può accontentare (e sarebbe già tanto che accadesse!) anche di una formale adesione al comandamento del “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” , nelle relazioni che si fondano sull’intimità nemmeno un comportamento formale  può bastare per far funzionare le cose.

Purtroppo molti rapporti fra uomo e donna nascono all’insegna della mancanza del rispetto così come lo abbiamo descritto. Si tratta per lo più di legami fortemente sbilanciati, in cui uno dei due partner risulta fin da subito incapace di “guardare indietro”, mentre l’altro lo fa fin troppo, giustificando e scusando all’infinito la gretta modalità della controparte.

Senza un partner compiacente infatti nessuna relazione può svilupparsi a partire da certe premesse. Chi ha una propensione sana al rispetto verso l’altro la ha anche nei confronti di sé stesso, includendo anche la propria persona nel “cerchio magico”. Dunque, posto di fronte alla ripetizione di atteggiamenti irrispettosi da parte dell’altro (che si succedono senza ombra di rottura di continuità) non permette al rapporto di farsi più stretto, mancando le condizioni di base per un approfondimento e una costruzione che abbiano senso.

Tuttavia esistono persone che, per bassa autostima e motivi che risalgono all’infanzia, tendono non solo a giustificare le storture relazionali  altrui ma anche a tentare di risolverle, cercando così di pareggiare dei conti rimasti in sospeso con il passato.

Molti di loro infatti hanno avuto un genitore del sesso opposto particolarmente freddo o evitante; con un partner con caratteristiche simili si sentono a casa, scambiando tale familiarità dolorosa con il sentimento dell’amore. La nuova relazione offre illusoriamente una sorta di chance di cambiare finalmente le cose, di venir infine amati da colui che non si è mai riusciti a conquistare davvero. Inevitabilmente però subentrano frustrazione, impotenza e infelicità, inframmezzati da brevi parentesi di speranza.

Chi in genere comincia una frequentazione apponendo “etichette” basate sul “sembra” e dunque sul nulla, palesandosi intermittentemente per altrettanto ciclicamente sparire, alternando gelosie assurde, possessività e rifiuti, come può cambiare? Come può abbandonare il suo egoismo infantile mai davvero superato? Come può aprirsi davvero all’incontro e imparare a “guardare indietro”?

Quale cura?

L’esperienza clinica porta i curanti ad essere particolarmente pessimisti. L’incapacità cronica di portare un rispetto per l’altro che non sia solo formale (e dunque di facciata)  è sintomo molto spesso di una personalità disturbata, totalmente incapace di elevarsi rispetto a meccanismi di matrice infantile che implicano un attacco violento al legame.

I disturbi della personalità sono i più difficili da curare. Falliscono i partner così come inciampano ripetutamente i terapeuti, messi sotto scacco dalla non volontà di fondo di cambiare da parte dei loro assistiti. Tali distorsioni della personalità infatti sono “ego sintoniche”, non disturbano cioè chi le prova. Nessun senso di estraneità, di divisione, di colpa. Ogni tanto qualche raro barlume che subito si spegne per lasciar posto all’adesione acritica a se stessi.

Non è più semplice aiutare chi si trova schiavo di rapporti malati, a sua volta vittima della propria personalità dipendente e traumatizzata. Come detto più volte, la condizione fondamentale perché una terapia trasformativa funzioni, è la volontà di guarire.

Il resto è supporto a volte fine a se stesso, richiesto sotto la pressione di un partner o un di familiare che non ne può più. Che però, se non ben gestito, può portare a rinsaldare, anziché ad allentare il narcisismo patologico di chi non sa “guardare indietro“.

 

Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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