La grande incognita

La prima metà di agosto è alle spalle; il mese di settembre, come ogni anno, non sembra più così lontano. Mentre l’estate si avvia lentamente verso il tramonto, a differenza degli anni passati oggi ci ritroviamo alle prese, anziché  con progetti e rilanci tipici del nuovo anno lavorativo o scolastico, con il grande interrogativo circa la possibile ripresa dell’epidemia da Covid19.

L’ombra del futuro 

Cosa accadrà all’arrivo dei primi freddi? La malattia imperverserà come a marzo? Siamo o non siamo immunizzati? Hanno ragione quelli che dicono che il virus si sta adattando, che tutto sommato la mortalità è bassa, che insomma ce la caveremo  o chi, numeri alla mano, ogni giorno ci ricorda i quadri clinici devastanti delle polmoniti atipiche che questo patogeno è in grado di scatenare?

Nelle ultime settimane si è ricominciato a parlare dei numeri in aumento, dei giovani in terapia intensiva, dell’eventualità di nuove chiusure e limitazioni. Il caldo, il sole, o chissà che altro sembravano averci portato via la malattia, almeno dalle nostre menti.

Ma ecco rispuntare la sua ombra minacciosa e con essa l’inevitabile angoscia su quello che sarà il nostro prossimo futuro.

Le reazioni “estreme”: ossessione e negazione

Che fare? Rimuovere, far finta di nulla, essere ottimisti oppure lasciarsi invadere da ossessioni, fobie e preoccupazioni?

La paura  scatena sempre delle reazioni estreme, o all’insegna della negazione oppure dell’esasperazione del pericolo. È la nostra struttura psichica di fondo che determina la posizione che assumiamo nei confronti dell’incertezza. Vivere non è mai garantito, ci illudiamo che lo sia grazie alle nostre routine e automatismi.

Più crediamo all’illusione di controllo più ci scopriamo fragili e vulnerabili quando qualcosa scuote il tran tran quotidiano, quando ad esempio scoppia una bomba come quella del Covid. Allora l’ossessione può diventare una sorta di compagna invisibile, che tortura ma rinnova il pensiero magico di una salvezza conquistabile attraverso scrupolosi e sfibranti accorgimenti.

Più siamo invece avvezzi ad eventi che rovesciano la nostra padronanza, più siamo abituati a farci i conti, più diventiamo fatalisti e forse un po’ anche negazionisti.

Detto ciò si può fare qualcosa per non scivolare in uno dei due atteggiamenti al limite del patologico, nel sentirsi sull’orlo di una catastrofe o vivere come se nulla fosse? Si può  allenare la lucidità?

Sicuramente chi svolge o ha svolto un lavoro profondo su se stesso ha degli strumenti in più per non lasciarsi invadere dai propri fantasmi, dalle proprie risposte automatiche ai traumi.

Allenare la lucidità

In generale essere avvezzi a vedersi da fuori aiuta a decentrarsi e a recuperare una visione più equilibrata e meno di parte. La qual cosa  accade quando,  a un certo punto del nostro lavoro analitico o del nostro personale percorso esistenziale,  smettiamo di compiacerci di quello che stiamo dicendo e iniziamo a mettere in discussione le nostre certezze (e quindi a sganciarci dal narcisismo accecante in cui uno se la canta e se la suona senza riuscire a vedersi davvero in quello che sta dicendo).

Allora il fobico ossessivo, finalmente colpito da un attacco di noia devastante nei confronti di sé stesso nel sentirsi parlare,  si può smuovere un po’ dalla sua rigidità e lasciarsi andare. Le sue strategie di controllo diventano meno asfissianti; le vede e non ci si rispecchia più del tutto. Capisce che non dipende tutto da lui e accetta questo fatto, benché non senza resti e sacche di resistenza.

L’ansia diventa più gestibile, le manie si mitigano in prudenza. In relazione al Covid la convivenza con la paura e con la sensazione di minaccia si rivela praticabile senza che la vita venga incarcerata in rituali claustrofobici.

D’altro canto anche il tipo più baldanzoso, che tende a sottostimare il valore della prudenza perché o è troppo giovane o tanto ne ha già viste e passate tante (a volte aver vissuto molte situazioni complesse può dare un senso di invulnerabilità e onnipotenza), se riesce a vedere la fragilità da cui tenta di sfuggire con i suoi istrionismi può darsi una calmata, senza per questo trasformarsi in un essere pauroso di tutto e ripiegato su se stesso.

Dunque, in attesa di capire cosa accadrà nei prossimi mesi, un modesto obiettivo può essere quello di riuscire a trovare un punto di equilibrio personale rispetto alle proprie tendenze più “estreme” di risposta alla paura.

Ciò naturalmente per chi ha a cuore la crescita personale e mira al raggiungimento di un livello di coscienza più alto. Gli effetti terapeutici ed ansiolitici di questo lavoro arrivano come sovrappiù.

Difficile però  far passare questo concetto quando siamo abituati a soluzioni veloci e pratiche, a prendere una pastiglia per far passare il male.

Mettersi in discussione, vedersi, entrare finalmente in contatto con la propria disperazione e attraversarla senza fuggire resta in ogni caso il balsamo indiscusso per ogni angoscia. 

Disagio contemporaneo

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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