Il fascino della psicopatia

ll campo della psicologia criminale ha sempre affascinato il grande pubblico. Romanzi, film, articoli vari ispirati a grandi delitti ce ne sono sempre stati. Raramente però veniva  data la parola direttamente all’assassino, come invece sta accadendo ultimamente.

Capita infatti sempre più di frequente, leggendo giornali o guardando filmati in tv o sui canali d’intrattenimento, di imbattersi in interviste o documentari sulla vita di personaggi diventati tristemente famosi per essersi macchiati direttamente o indirettamente di omicidi e di gravi azioni antisociali.

Alle personalità deviate oggi viene concessa una inedita possibilità di parola, impensabile anni addietro. Gli stessi operatori che si occupano delle inchieste riferiscono spesso non solo dei sentimenti comprensibilmente molto forti provati durante gli incontri, ma anche stati di eccitazione, moti di simpatia e di vera e propria fascinazione.

Ma chi è il così detto psicopatico? Cosa accade a chi si lega a lui nella vita reale? Perché oggi gli si dà la possibilità di raccontarsi e perché al pubblico piace?

Chi è lo psicopatico 

Lo psicopatico o individuo antisociale viene collocato dalla psichiatria nella categoria dei disturbi della personalità. La malattia che lo riguarda risiede cioè nell’interezza della sua persona, non in un elemento specifico come l’umore, la reattività emotiva o il pensiero. L’intera personalità, intesa come costellazione di valori fondanti, credenze, affettività è compromessa.

L’antisociale è uno che sostanzialmente non prova sentimenti veri e  genuini verso il prossimo, non sente la minima empatia verso le sofferenze altrui né rimorso; è egocentrico e bugiardo ma soprattuto non ha freni nel realizzare progetti di eliminazione di tutti gli ostacoli o degli elementi frustranti che trova sul suo percorso.

Per lui ammazzare significa solo togliersi di torno qualcuno che è diventato scomodo, fonte di delusione, di inappagamento, di invidia o di minaccia. Non vede nella vita nessuna sacralità, ma solo un gioco di sopraffazione. Anche quando non compie atti criminali le persone con cui entra in contatto sono delle pure pedine che gli servono al raggiungimento dei suoi scopi, per arrivare ai quali non esita nel mentire, simulare affetti che non prova affatto e ribaltare improvvisamente le sue versioni e posizioni.

Se è un estroverso (esiste anche lo psicopatico cupo e introverso che non ha nessuna relazione sociale e appare al rovescio privo di qualsiasi fascino) è anche bravo a recitare e a spiazzare con atteggiamenti imprevedibili ed eccentrici. Spesso, dopo aver compiuto atti criminosi, se viene beccato deve la propria cattura non alla sventatezza con cui ha confezionato il delitto, ma alla stessa superficialità con cui non si cura dei sentimenti degli altri. La sistematica sottovalutazione del prossimo prima o poi  lo inchioda.

Cosa accade nelle relazioni? 

All’inizio, personalità così, se sono estroverse e disinibite, vengono scambiate per creative, stravaganti , dotate di una forza particolare. Il fatto che siano sempre un po’ sopra le righe e se ne freghino delle regole, della moralità, del rispetto ecc.. attrae chi è invece molto ligio e inibito, bisognoso di stimoli che lo tirino fuori dal guscio.

Conosciuti nella vita, questi soggetti nel giro di non molto tempo fanno perdere ogni poesia a chi li conosce da vicino, il partner in primis, ma anche i figli, i parenti stretti, gli amici più sinceri. La solitudine diventa la loro condizione esistenziale, chi può infatti si allontana, variamente ferito o scandalizzato da eventi ed atti imperdonabili.

Molto soli, non in grado di mantenere nel lungo affetti solidi, si circondano di anime affini a loro, di rapporti superficiali e strumentali. La loro follia omicida viene innescata di solito  dopo abbandoni e rifiuti, e può essere diretta preferenzialmente verso chi li ha direttamente offesi con la propria dipartita o traditi mettendosi con altri in amore o in affari. A volte uccidere diventa così un habitus che finisce per costituire un comportamento con il quale si risolvono i conflitti di ogni genere, fino almeno al momento della cattura.

Il successo mediatico

Tale follia nera diviene dunque oggigiorno oggetto non solo di un interesse “morboso”, ma sembra essere disconosciuta nella sua vera essenza e identità. Il cinico assassino viene presentato davanti alle telecamere come un eccentrico, un “tipo forte”, con una “personalità pazzesca”, insomma qualcuno che desta simpatia, al pari di una testa calda un po’ delinquente ma in fondo adorabile.

Cosa sta succedendo? Perché gli psicopatici suscitano sentimenti positivi anziché disgusto e condanna? L’aumento di filmati in cui delinquenti dichiarati si raccontano è legato semplicemente al desiderio di far capire, di penetrare nei meandri delle menti ottenebrate o tradisce un gusto particolare, tutto moderno, per il perverso? L’intento dichiarato di fare informazione non viene soppiantato strada facendo da una sottile, malcelata celebrazione?

La questione è complessa. Essa ha radici sia in una dinamica interpersonale che si attiva al contatto ravvicinato con la personalità morbosa, che in fattori sociali più squisitamente legati all’epoca in cui viviamo.

Lo psicopatico, quando è del tipo estroverso, non inibito e dall’apparenza fisica tutt’altro che squallida,  esercita infatti un fascino tutto suo, perché agisce ciò che la brava gente comune si limita eventualmente  ad immaginare e a reprimere più o meno coscientemente. Il disprezzo per la morale più elementare in qualche modo lo innalza ad uno statuto non umano.

Dunque non è soltanto la carenza di moralità dei nostri tempi a spiegare il successo dell’antisociale (che ha sempre avuto) ma almeno altri due fattori: il gusto per il “reality” e  il nostro rapporto con la morte, ovvero il nostro esserci al tempo stesso assuefatti ad essa e allontanati dalla sua realtà più autentica e tragica.

Oggi i social, le trasmissioni tv, i media mettono sempre più il focus su ciò che è “real” , sul fatto così detto “nudo e crudo”, con l’idea naive che si tratti della “vita vera”. Vengono a mancare i classici filtri del buon costume, così la volgarità è esibita senza veli e considerata pure interessante. Peccato poi che la supposta “vita vera” si nasconda sempre altrove, dato che all’essere umano basta un riflettore, un pubblico, per mettersi a recitare, quindi a rappresentare il reale in maniera grottesca.

Per quanto riguarda la morte parimenti ci siamo assuefatti alla sua massiccia presentazione televisiva, ai videogiochi e film violenti, così che non la sentiamo e avvertiamo più in tutta la sua portata misteriosa e profondamente umana.

Correlativamente chi uccide sì, è un assassino, ma se è divertente e istrionico è il suo teatrino a suscitare consenso, l’apparenza dei suoi modi,  non i fatti che ha commesso.  Infondo che avrà fatto mai, ha solo fatto fuori qualcuno. Ecco, il criminale diventa un personaggio di un videogioco, di un cartone animato, di una fiction, in cui può fare di tutto ma resta uno tosto, una macchietta, uno che fa ridere, magari anche da ammirare.

Così, davanti al racconto delle gesta di assassini famosi, ci sprofondiamo nelle nostre poltrone e ci divertiamo, con il più di godimento dato dal fatto che si tratta di storie “vere”, mica inventate, verso  le quali possiamo comunque mantenere un atteggiamento di sereno  distacco da divertissement.

Impercettibilmente, in quanto fruitori, ci trasformiamo però un po’ anche noi in insensibili anaffettivi. Come diceva Nietzsche, a forza di guardare dentro l’abisso, l’abisso comincia a riguardarci.

Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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