Sapersi arrendere

La forza del carattere viene generalmente associata alla capacità di andare avanti nonostante le difficoltà, al saper insistere, al voler trovare strategie per aggirare gli ostacoli, al non demordere di fronte alla possibilità di realizzare un obiettivo importante sopportando fatica e frustrazione.

La forza di carattere è anche sapersi arrendere 

Tutte queste caratteristiche, che giustamente  mettono l’accento sulla “resistenza”, rischiano però  di disegnare un ritratto ideale. La persona forte ne viene fuori cioè come quella che non molla mai, ma proprio mai, inscalfibile, al pari di un essere inumano dotato di una corazza d’acciaio. Ogni debolezza o défaillance sembra non trovare spazio in un quadro del genere, che, se preso a modello, finisce o per fomentare idee maniacali  o per scoraggiare anziché incentivare lo sviluppo di una qualche capacità di risposta positiva da parte di chi si trova in situazioni difficili. 

La resistenza psichica infatti non esclude la resa, anzi, la comprende nel suo cerchio come momento fondamentale. Chi porta a termine delle opere o chi reagisce a delle avversità di un certo peso, apparentemente non si ferma mai ma in realtà a ben vedere subisce sempre delle battute d’arresto, vive continuamente dei momenti di bonaccia, va incontro frequentemente a crisi e messe in discussione. Ma, anziché scoraggiarsi o impantanarsi nell’incertezza, sa attingere dalla stasi una lezione importante su se stesso e sulla vita, da cui scaturisce un rilancio vitale che porta ad andare avanti.

L’incontro con il limite e il suo “attraversamento” è dunque fondamentale. Non si tratta di diventare forti come il marmo, ma di saper accogliere e integrare il limite umano senza rifiutarlo o utilizzarlo come scusa per restare immobili.

Le diverse facce del limite

Cos’è questo limite? Esso non ha una sola faccia: può essere una banale stanchezza psico fisica, un problema di salute, un dubbio, un’incertezza, un cambio di prospettiva. Il limite è cioè tutto ciò che, indipendentemente dalle circostanze esterne, fa internamente da inciampo alla capacità di incidere e trasformare le cose. È qualcosa di connaturato alla natura umana, con cui risulta fondamentale scendere a patti, pena la follia esaltata o all’opposto la depressione paralizzante. 

Ecco che arrendersi nel mentre si sta realizzando qualcosa non si traduce operativamente nel mollare tutto, nel disperdere le energie riprovando con qualcos’altro e addossando la responsabilità dell’insuccesso alla situazione. Arrendersi vuol dire mettersi in ascolto, del proprio corpo, della propria mente, dei segnali di disagio che ci vengono inviati che, se recepiti nel loro senso, possono addirittura contribuire in termini di creatività e intensità.

Questa plasticità e disponibilità ad accogliere i segnali di “stop” interiori, rende l’essere umano più pienamente umano,  vivo e alla fine autenticamente creativo. Mentre è dall’indisponibilità a far spazio all’insuccesso che sorgono molti guai, perché qualcosa si blocca a livello narcisistico. L’Io cerca di imporre interiormente una padronanza assoluta, costringendo così a mollare tutto o a portare tutto avanti come nulla fosse, sfociando nell’autolesionismo.

Le dipendenze e il rifiuto del limite 

Spesso questi meccanismi di irrigidimento dell’Io e di rifiuto del limite danno luogo a vere e proprie psicopatologie, soprattutto nel campo delle dipendenze. Un oggetto, che può essere il cibo come una sostanza stupefacente o una persona o un gadget, viene incaricato di fungere da “rafforzatore” del senso di padronanza, la cui strutturale  fragilità viene vissuta come una minaccia, un attacco mortale. 

Così vediamo come nell’anoressia proprio il  “non mangiare” abbia questa funzione di  rafforzatore dell’Io. L’anoressica  si illude, attraverso il controllo del cibo, di  poter diventare inscalfibile come una pietra, un essere in grado di elevarsi al di sopra dell’umanità schiava delle debolezze e di affrontare con volontà d’acciaio ogni prova sfinente.

La crisi bulimia segnala il fallimento dell’illusione, il venir meno dell’oggetto “niente” con conseguente abbandono alla totale sregolatezza.  A questo livello si vede bene come la mancata assunzione del limite porti il limite stesso alla condizione di vortice che inghiotte e annichilisce. 

Non molto diverso è il discorso per il tossicodipendente, soprattutto per quello che inizialmente si avvicina alle droghe con finalità prestazionali. La droga permette al suo Io di dedicarsi senza sosta  al lavoro, è la sua arma segreta che lo rende diverso dai comuni mortali.

Anche per lui arriva il momento del ritorno dell’onda, con effetti devastanti proprio su ciò che premeva di più, essere onnipotenti. Dalle ventiquattr’ore di lavoro no stop si finisce per non presentarsi in ufficio, nel non mantenere la parola, nel perdere tutta la credibilità costruita 

Anche chi si incolla ad una relazione con finalità di auto cura  finisce per vivere dinamiche simili; il partner, da rafforzatore che esalta l’Io o lo protegge dall’incontro con la frustrazione, diventa un problema, un detrattore di energia, una prigione che stritola e inibisce ogni autonomia.

Senza parlare poi delle piccole, grandi dipendenze che la nostra vita contemporanea ci offre grazie al consumismo. Non a caso per molti, non poter andare nei negozi o a cena fuori appare la peggior disgrazia legata all’emergenza sanitaria che stiamo vivendo attualmente, mitigata almeno dalla presenza soccorritrice dei siti di acquisto on line. Chi sono, cos’è la mia vita  senza il supporto offerto dagli oggetti?

La resa, con relativa integrazione del limite, appare allora come un processo non banale che tocca tutti gli esseri umani,  giocandosi a vari livelli di consapevolezza e psicopatologia. 

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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