Il malessere da smartphone

Sono innegabili gli impatti dell’avvento di internet nella vita di ciascuno di noi. Dai quarant’anni in su ce ne rendiamo ben conto, noi della mezza età almeno i primi vent’anni della vita li abbiamo trascorsi nella più completa disconnessione (proprio perché non esisteva nulla a cui connettersi). 

Già per un trentenne di oggi il discorso cambia radicalmente, nella sua adolescenza internet e la telefonia mobile erano  già entrati. Se poi pensiamo ai ragazzi nati nel duemila il discorso non si pone proprio, nati e cresciuti in piena rivoluzione tecnologica per loro la rete e gli smartphone sono ambienti scontati come potevano essere per noi le cabine telefoniche a gettoni.

Luci e ombre della connessione perenne

Chi ha vissuto metà della vita senza internet può avere allora uno sguardo sul fenomeno più lucido, come succede per tutte le cose quando vengono guardate da fuori. 

Balza sicuramente agli occhi la portata delle opportunità pratiche: cercare un lavoro, formarsi, reperire informazioni, entrare in contatto con gente lontana, poter telefonare, fotografare, scrivere, farsi conoscere erano attività complesse che necessitavano pazienza, attesa, azioni preparatorie, ricerche, e tanta tanta sopportazione della frustrazione. 

Ad un’ultra quarantenne come me che verso l’età dei venticinque anni ha cominciato a veder schiudersi piano piano un altro mondo, internet è parsa una vera opportunità, proprio perché esso rappresentava davvero un aiuto eccezionale che al contempo non andava a sostituire mentalmente il vecchio mondo.

Anche oggi usare un telefono per mandare e ricevere dei messaggi è piacevole ma per la mia impostazione mentale resta il fatto che nulla è come un incontro di persona o due parole al telefono senza lo stress della videochiamata o una passeggiata completamente dimentica dell’esistenza del telefono.

Cercare informazioni su Google è comodo e veloce ma non assorbe completamente il tempo. Se è bellissimo non dover ogni volta aprire il polveroso volume di un’enciclopedia o di un vocabolario per informarsi, non  stare con gli occhi incollati a sorbirsi tutto ciò che passa il web è segno di una coscienza critica che sopravvive alla massa infinita di fatti e notizie.

Quelli della mia generazione in una parola hanno degli anticorpi per difendersi naturalmente dalla dipendenza da internet. Per usare una metafora molto in voga in questo periodo, avendo sviluppato la malattia, non necessitano di vaccini protettivi.

La malattia consiste nell’aver fatto molta fatica nella primissima gioventù con la penna in mano, sui libroni, nelle biblioteche, nei viaggi all’estero magari all’altro capo del mondo arrangiandosi con le chiamate a carico del destinatario, nella solitudine più nera senza possibilità di chattare, nel vedersi brutti quando magari si era belli perché non c’erano telefonini su cui farsi i selfie dalle angolature più disparate. 

Il telefonino smartphone personalmente l’ho acquistato molto tardi, sono solo sei anni che lo possiedo e non posso dire che mi faccia stare così “bene”. Trovo che in qualche modo mi limiti, mi sottragga inavvertitamente del tempo e tolga sempre un po’ di libertà e senso d’avventura nel vivere le giornate, come un guinzaglio protettivo e soffocante.

Dimenticarlo a casa sulle prime fa quasi sentire a disagio, come mancanti di qualcosa, ed è chiaramente una sensazione indotta. Eppure, mi dico, fino a sei anni fa vivevo benissimo senza, senza messaggistica istantanea, gruppi chiassosi, spinte blu e ultimi accessi, foto profilo, social, mail urgentissime a cui rispondere immediatamente, notifiche, app, musica e chi più ne ha più ne metta.

La dipendenza da smartphone

Il cellulare sembra essere diventato una sorta di scatola magica piena di promesse e di mondi scintillanti, da tenere in tasca come un talismano. Le persone entrano ed escono a dai mondi virtuali a caccia di rassicurazioni senza entrarci davvero o uscirci mai del tutto. L’aggeggio a portata di mano, il controllo rapido e ossessivo ogni tot minuti e una strana, inquietante sensazione di scissione mentale, di non stare né di qui né di là. 

Allora mi chiedo: ma se questo effetto come possibilità lo avverto io, che ho la mia età, la mia identità, la mia struttura mentale abbastanza solida cosa succede nella testa dei più giovani, dei più deboli, dei più assuefatti? Questi smartphone non sono una droga che dà dipendenza ed effetti psicotizzanti? Che aliena dalla realtà? Che indebolisce la volontà e annacqua il coraggio di vivere? Che inquina la relazione autentica, diretta con i simili?

L’ingorgo di immagini, di frammenti di discorsi, di informazioni di ogni genere non ci sta sovraccaricando il sistema nervoso? Non stiamo smarrendo un po’ del contatto con la nostra e altrui umanità vera, non filtrata da mille immaginette, foto in posa, emoticon, paroline scritte, calibrate, in una parola da infinite finzioni che ci allontanano gli uni dagli altri e ci fanno sentire ancora più soli? 

Nella mia attività clinica vedo tanta gente smarrita nel gioco perverso delle relazioni filtrate dal cellulare. Lei, lui, sembrano in un modo e poi…che delusione! Ci si innamora perfino, sulle chat, su Skype, su di tutto di più. Ma alla fine si scopre sempre che la persona dei sogni era sì, un sogno, una proiezione, un alter ego dentro lo scrigno incantato dello smartphone. 

Allora freneticamente non ci si lascia nemmeno il tempo di elaborare lo smacco; si va offline, poi si torna online, si tronca la comunicazione, la si riprende altrove, si usa, si consuma, si getta, si ricomincia da capo…Si va letteralmente “fuori di testa“, si tenta di esercitare un controllo sull’altro o si viene irretiti da un qualcosa che non c’è, per riempire chissà che vuoto e senso di solitudine.

C’è qualcosa che non va!! Anche la terapia rischia di diventare l’ennesimo luogo virtuale, in cui si cerca la beatitudine di un rapporto… con sé stessi!

Questi smartphone sono al fondo degli specchi che alimentano il narcisismo malato e inibiscono lo stesso incontro che sembrano agevolare. La gente finisce per identificarsi con l’immagine che vuole offrire al voyeurismo altrui, cominciando a credere di essere quella cosa lì, quella cosa ideale, fasulla, impostata.

E alla stucchevole recita credono o fingono di credere anche gli altri. La prima sbavatura, la prima incrinatura, il primo disallineamento e via, si taglia, si va offline, non si risponde più, si butta via l’interlocutore come una scarpa “cheap” usata appena un paio di volte. 

Perfino l’esperienza vissuta viene svuotata di intensità emotiva dall’abuso del cellulare: anziché vivere, gustare il presente si pensa alla foto giusta da fare, da presentare allo sguardo avido dell’altro, più  spesso indifferente o pronto alla critica e alla ridicolizzazione. 

 Mi chiedo come faranno i nostri ragazzi a non venire sovrastati da questi strumenti  che usano con tanta disinvoltura e a cui sembrano tenere più dell’amichetta seduta di fianco a loro sul bus o del fidanzatino appena conosciuto. 

Li vedi  accanto ai loro amici con lo sguardo fisso sullo schermo, la cover colorata come le loro unghie scintillanti e plasticose. Paiono davvero delle protesi questi smartphone, però una protesi è davvero utile a un disabile, il cellulare usato in questo modo sta devastando i rapporti umani, sta facendo perdere il senso della realtà, persino del buon gusto…

Tutta questa ansia di vedere, i video di qualsiasi cosa, le foto documentaristiche della più ordinaria banalità, l’ossessione per il dettaglio stanno dando dignità all’orrido più che alla bellezza. Troppo voler vedere fa perdere la visione d’insieme e con essa il delicato incanto della bellezza. 

In questo caos bisogna allora che educatori, insegnanti e terapeuti (più o meno attempati) riconoscano il disagio in primis in sé stessi e facciano fronte comune per tentare di arginare gli effetti perversi della tecnologia di cui abbiamo usufruito e infine abusato.

Ciascuno di noi, nel suo piccolo, può tentare di diffondere la cultura della parola e del pensiero. Per tenere ben in mente e mostrare all’altro quanto la fatica umana  sia un fatto inaggirabile da qualsiasi gadgettino che promette paradisi, il passaggio stretto fondamentale  promotore di sviluppo, crescita e forza mentale.

Disagio contemporaneo

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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