Vacanze e stress

Ha una poesia particolare la città in piena estate. A Milano per esempio nei pressi dei parchi pubblici la mattina è tutto un concerto di cicale, mentre la sera ancora è possibile sentire i grilli che celebrano la frescura della notte in arrivo. Il caldo poi rallenta i movimenti delle persone: le poche rimaste si muovono con un altro passo, molte sembrano contemplare qualcosa di invisibile, sognare paradisi lontani o accontentarsi del presente più scarico di impegni.

C’è naturalmente anche chi non rinuncia alla frenesia, allo shopping, alla vita notturna, all’organizzazione di tutti i dettagli pre partenza e chi, mestamente, si trascina con le ultime forze rimaste, animato dall’attesa del viaggio imminente o del riposo fra le quattro mura di casa. Ma nel complesso l’estate offre la chance di un grande effetto ansiolitico, che la fretta, la routine, lo stesso conto alla rovescia per le agognate vacanze non permettono di vedere e di apprezzare pienamente.

Il grande problema che ci impedisce di essere felici è proprio questa attesa della felicità a venire, che distoglie dall’apprezzare la bellezza dell’estate anche nella calda città e spinge a rincorrere immagini stereotipate di vacanza, in cui magari tutto è esteticamente perfetto ma l’inquietudine non se ne va. Passati i primi giorni di novità, per molti, anche nei luoghi più belli di villeggiatura, si ripresenta l’ombra della noia, dell’ansia, del guardare sempre al vuoto da riempire. 

Cosa vuol dire allora andare in vacanza? Ne abbiamo un bisogno enorme, ma sappiamo andarci davvero, con la testa, non soltanto fisicamente? I social intasati di foto delle vacanze hanno un fondo triste, tradiscono una perplessità, quella che emerge dalla soddisfazione del bisogno materiale. È tutto qui? Il possesso è sempre infelice, perché l’appropriazione piena per noi umani è impossibile. Spesso si va in vacanza con questo approccio mentale e si cade preda della frenesia, del voler vedere, provare e registrare tutto, senza che il riposo della mente ci abbia davvero rigenerati. 

Andare in vacanza mentalmente non coincide quindi con il viaggio, con la fuga chissà dove.  

Chi sa viaggiare davvero lo sa, è avvertito del pericolo e riesce a consegnarsi all’esperienza intima, personale delle giornate vissute in posti lontani. 

Il riposo della mente sta in questa possibilità di incontrare il vuoto, sia che si resti a casa, sia che si vada in capo al mondo. Il punto non è vedere, vedere, consumare, godere…tutte attività a cui ormai siamo assuefatti come alle droghe. La vera vacanza è contemplazione, possibile ovunque, anche nella provincia più sperduta di Milano o nel suo centro assolato e inquinato dai gas di scarico. 

Contemplare significa riuscire a connettersi al silenzio, allo scorrere del tempo senza “fare“ granché, alla percezione del “qui ed ora” con non troppe attese, aspettative, garbugli mentali. Vuol dire permettersi di lasciare indietro il controllo, la volontà, le delusioni, la modalità “on” , per accostarsi alla bellezza oltre i sensi, agganciando le sensazioni profonde di pace che un’atmosfera anche non ideale  può ispirarci. 

La vacanza vera  è spossessamento, non va d’accordo con la logica dei social, con l’ansia di “presentazione” in presa diretta che rompe la poesia dell’attimo nel vano tentativo di immortalarlo con una scialba e deludente fotografia. 

Le fotografie delle vacanze sono sempre esistite e non sono per se stesse da demonizzare, anzi. Il fotografo compulsivo poi è sempre esistito, oggi però il fenomeno  è diventato dilagante, con l’aggravante della possibilità di esibizione immediata del proprio privato. Le riunioni post vacanze fra amici e parenti per vedere le diapositive, che favorivano il legame e l’elaborazione del lutto della vacanza finita, sono sostituite dallo sguardo anonimo e da voyer del follower. La nuova schiavitù dell’esibizionismo peggiora il già precario assetto psicologico dell’uomo medio alle prese con le famigerate ferie, ennesimo oggetto di consumo della sua voracità insaziabile.

Che fare? Qualsiasi sia la meta scelta, fosse anche il divano di una casa con le imposte socchiuse e il condizionatore acceso, la cosa fondamentale è non farsi prendere dallo stress indotto dai media, dai social, dalla competizione coi così detti amici (a quelli veri non importa niente di dove siete e che fate, se state bene sono felici per voi sempre e comunque). In una parola mettere ben a fuoco il tema dell’invidia, quella di cui siete oggetto e soprattuto quella che volete suscitare più o meno scientemente nel vostro prossimo. 

Bisogna capire una volta per tutte che il meccanismo dell’invidia va lasciato ai poveri di spirito, guastati dentro da desideri di rivalsa, profonda inadeguatezza interiore, manie di controllo e molta povertà di sentimenti.

Se vogliamo elevarci dall’ansia di prestazione o dalla sgradevole sensazione della spirale tossica dell’invidia, facciamo piazza pulita di tutta questa nebbia e concentriamoci solamente su noi stessi e sul nostro benessere interiore. Teniamoci stretto il nostro  privato e regaliamone degli squarci solo a chi ci dà prova di volerci bene.

Così equipaggiati potremo andare in vacanza con un spirito più leggero. Quello che sarà sarà, l’albergo, i ristoranti, il tempo ecc…  Noi saremo in primis in compagnia di noi stessi, non dovremo dimostrare nulla a nessuno. E se staremo a casa c’è da riflettere su quanto cercare di stare bene a casa propria, godendone senza l’assillo del lavoro, sia comunque un tentativo interessante anche in tempi di paure come quelli presenti. 

Infondo la vacanza vera è a portata di tutti e tutto l’anno; qualche ora in silenzio, in sintonia con il mistero e la bellezza d’esser vivi senza pensare che manchi sempre qualcosa sono accessibili e gratis. Torniamo alla verità e alla semplicità delle piccole cose e guariremo da molte angosce.

Disagio contemporaneo

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