Trattamenti “self made” della depressione

Spesso si fa riferimento alla depressione come ad un affetto trasversale a molte espressioni sintomatiche. Da un certo punto di vista la potremmo addirittura considerare come primaria, nella misura in cui alcuni comportamenti patologici ben conosciuti che la accompagnano non si rivelano altro che un tentativo inconscio di trattarla.

Bulimia, obesità, dipendenza da sostanze stupefacenti, shopping compulsivo, ipocondria sono alcuni esempi di queste modalità di autocura del malessere.

La persona portatrice di un vissuto depressivo tenta cioè di alleviarlo ricorrendo al cibo o a una droga, nella riconcorsa dell’effetto vitalizzante ma aimè di breve durata successivo alla loro assunzione. La transitorietà della sospensione della paralisi psichica legata ai tempi necessariamente brevi del consumo innesca il circolo vizioso della dipendenza. Si deve ripetere l’operazione per ottenere nuovamente il beneficio atteso. Non solo, le quantità vanno aumentate, per aggirare l’inevitabile assuefazione che si genera.

La spirale di dipendenza che si viene ad instaurare è nociva non solo nei termini di un danneggiamento della salute o della perdita della libertà che comporta l’invischiamento in certe pratiche rituali. Il danno ancora maggiore lo vediamo proprio nel rinforzo alla stessa depressione che queste pratiche tentano di curare. Per la bulimica il fatto di aver ceduto alla pulsione orale, al richiamo della dispensa, dopo l’euforia iniziale la getta nello sconforto di non essere riuscita a ottemperare al suo ideale di controllo e di distacco dalle passioni, facendola sentire uno scarto. Anche l’obeso tende a sprofondare sempre più a fondo al termine di ogni abbuffata, che lo mette di fronte alla sua debolezza e ad un’immagine di sé poco desiderabile. Stesso discorso per il tossicodipendente: cessato lo stordimento sperimenta un senso di svuotamento amplificato dal malessere fisico provocato dalla droga. Anche il malato di shopping compulsivo riproduce la medesima dinamica una volta finita l’ingordigia di acquisti. Si sente di nuovo solo e in più danneggiato economicamente dall’inutile sperpero di danaro.

Un discorso a parte merita l’ipocondria. Pur non facendo parte della classe delle dipendenze, spesso accompagna soggetti depressi e si rivela anch’essa un mezzo di auto terapia. Essa infatti si profila come un modo per localizzare il malessere senza nome della depressione, dargli una causa e un luogo ben precisi. <<Sono triste, impaurito, pervaso da un senso di mortificazione perché realmente rischio la morte>> pensa inconsciamente il soggetto ipocondriaco. Il suo attivismo in controlli ed esami di ogni genere inoltre gli garantisce di rompere momentaneamente con il vissuto di fondo di stasi e paralisi esistenziale.

In tutti gli scenari descritti vediamo dunque prevalere una proliferazione di azioni momentanee e dal carattere transitorio che assumono il valore di una parentesi ossigenante rispetto alla morsa depressiva. Parentesi destinata però a richiudersi in favore di una ripresa ancor più violenta del sentimento di vuoto e di scarsa desiderabilità che avviluppa ogni depresso.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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