Depressione e conformismo

Sempre più frequentemente capita di osservare, nelle forme di malessere contemporaneo, un'associazione fra stati depressivi e tendenza ad assumere comportamenti conformistici, che riflettono cioè un adeguamento acritico alle maschere sociali imperanti nel proprio ambiente di riferimento.

Atteggiamenti tipici di un determinato contesto non sono prelevati come tratti da cui resta comunque possibile mantenere una certa distanza, ma vengono assunti integralmente, come una divisa, a sfavore della seppur minima espressione della propria autenticità. Il ruolo prevale completamente sulla soggettività, fino al suo completo livellamento e cancellazione. Al guadagno di un'immagine socialmente approvata segue un'eclissi totale dell'essere più particolare della persona, con i relativi effetti sul piano psichico. 

 Il tratto che accomuna questi tipi di depressione è senz'altro un profondo senso di vuoto. Esso può prendere la forma o dell'apatia, dell'indifferenza, dello spegnimento di ogni vitalità, oppure al contrario dell'euforia e dell'iperattivismo sganciati però da ogni dimensione di vero piacere e di vera gioia.  L'eccesso di adeguamento mimetico alle richieste della realtà e ai modelli imposti svuota l'essere umano, rendendolo simile ad una macchina performante ma priva del sentimento della vita. La sofferenza del provare ad essere se stessi, il conflitto, il fallimento, l'erranza vengono neutralizzati attraverso l'identificazione massiccia ad un sembiante sociale. Ma, insieme ai patimenti, in questi soggetti scompaiono pure le gioie, sparisce la vita stessa.

Un noto psicoanalista inglese, Christopher Bollas, definisce tali personalità "normotiche". In effetti sono persone "anormalmente normali", troppo normali, troppo conformiste. Spesso accade che abbiano successo all'interno di ambienti professionali che non incentivano creatività o indipendenza di pensiero, ma che privilegiano al loro interno la rigida osservazione di regole e protocolli. Il loro disagio è tendenzialmente invisibile, sembrano appunto "normali". Dentro sono morti ma nessuno se ne accorge, nemmeno loro stessi. 

Finiscono con il chiedere aiuto quando si trovano nella condizione di sentire finalmente qualcosa, frequentemente a partire proprio da un vacillamento del loro ruolo. Tipicamente un insuccesso lavorativo li getta nella disperazione più nera. Allora le emozioni, prima assenti, diventano travolgenti, ingovernabili. Capita anche che il loro malessere interiore diventi manifesto quando sono chiamati ad agire creativamente, quando per esempio devono prendere delle decisioni o più in generale in tutte quelle situazioni della vita in cui non basta seguire un modello ma bisogna attingere alla parte più profonda di se stessi, alla propria soggettività. L'amore spesso è un territorio che mette in difficoltà, perché fa appello a gusti e sentimenti personali. Un incontro davvero significativo  può avere il potere di svegliare dal torpore, con tutto il correlato destabilizzante che tale risveglio finisce per provocare.    


La depressione di cui patisce un soggetto eccessivamente incollato ai diktat sociali di  comportamento non è dunque connotata dall'intensità della sofferenza e del dolore psichico, bensì da una forma di malessere inavvertibile, freddo, sordo. È il vuoto.  La terapia punterà preliminarmente a discriminare i casi in cui sia possibile allentare l'irrigidimento delle difese da quelli in cui esse vadano invece rinforzate, per prevenire o richiudere una pericolosa disgregazione interiore. Di solito chi può fare un buon lavoro nel senso del recupero della propria personalità ad un certo punto avverte il senso di essersi perso e di aver smarrito desiderio e vitalità. Il fatto di poter vedere  di essersi difensivamente rifugiati in un mondo di certezze che non  rappresentano davvero ciò che si è appare come un ottimo indice per addentrarsi in un lavoro non sempre facile di ricerca di se stessi.     

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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