Maschere di normalità

La riproposizione senza sosta in seduta di tematiche relative all’apparire connesse ad un certo uso cronachistico della parola e ad un atteggiamento supponente, può balzare all’orecchio del clinico come il segno rivelatore della  vera sofferenza di fondo del suo assistito, talmente  imprigionato in una miriade di maschere “sociali” da ritenerle le uniche realtà esistenti.

Il malessere portato in terapia  deriva direttamente da tale predominio dei modelli comportamentali ed estetici tipici della nostra società, che fa ammalare proprio perché va ad inibire più o meno gravemente la costituzione di una personalità autonoma e sufficientemente differenziata, la sola in grado di promuovere adattamenti efficaci in risposta alle difficoltà della vita.

Il ruolo, ovvero l’insieme degli atteggiamenti “attesi” in una tale situazione o contesto, per queste persone si impone al punto tale da governarne tutti gli ambiti vitali, il lavoro, le amicizie, la famiglia.

Dietro tale involucro, che sostiene le varie identificazioni, o manca totalmente l’elemento che può rimandare ad una qualche autenticità soggettiva, oppure quest’ultima, seppur schiacciata e ridotta al silenzio, finisce per sopravvivere a stento trascinando però nella nevrosi.

La malattia normotica

La prima eventualità è quella più grave ed intrattabile, nella misura in cui la parola non riesce in nessuna maniera a far breccia né nel muro delle convinzioni granitiche con cui il paziente interpreta gli eventi che presenta come problematici, né nelle frasi fatte o nelle codifiche distorte con cui egli risponde al blando tentativo di contraddittorio dell’analista.

Saggiata l’impermeabilità del discorso e l’inutilità di interventi che facciano appello ad una qualche capacità di insight (pena l’incremento della quota di incomunicabilità nonché la squalifica della figura del terapeuta), l’analista si rimette in attesa, non chiudendo definitivamente la possibilità che prima o poi qualcosa possa rompere l’autoreferenzialità della dissertazione ma chiedendosi parallelamente quale possa essere il beneficio che il paziente trae dalla terapia.

Gli incontri infatti restano il più delle volte un susseguirsi di monologhi, di silenzi, di crisi emotive e perfino di attacchi aggressivi nei confronti del terapeuta senza che nulla cambi, nessuno spunto, nessuna fessura, nulla. “È così perché è così, io so già tutto quanto” è il light motiv di fondo, mentre il trattamento va avanti regolarmente.

Tutto è estremamente evidente eppure si sente il bisogno di andare a raccontarlo. L’analista sufficientemente preparato capisce che il recarsi dall’analista  in questi casi raffigura l’ennesimo “script” comportamentale che rassicura, che identifica e stabilizza. È qualcosa che si deve fare e allora lo si fa, senza che si attivi nessuna dimensione veramente critica. Se poi la sensazione è quella di essere capiti e supportati per un po’ va bene.

Più il terapeuta è creativo e soggettivo nelle sue manifestazioni  più rischia di destabilizzare il quadro, che deve essere il più possibile “standard” per svolgere la sua funzione rassicurante. Lo stesso fattore curativo per un certo tipo di sofferenze rischia di diventare patogeno e disturbante per altre.

La malattia “normotica” (Bollas) qui descritta necessita della profonda consapevolezza da parte del curante dell’importanza vitale che hanno le sedute per il paziente. Non perché esse possano disvelare qualcosa dell’inconscio, il che sarebbe per l’appunto nocivo, ma perché esse aiutano a sentirsi “reali” , aiutano cioè a ricompattare quelle certezze presentate come “inattaccabili”  (che in realtà stavano cominciando a scricchiolare minacciando di gettare in un pozzo senza fondo).

La nevrosi

Tutto un altro scenario si apre invece là dove tra la maschera sociale e l’elemento soggettivo, inconscio non c’è chiusura stagna ma  aperta conflittualità. Siamo nel campo della nevrosi. Non abbiamo allora  il baluardo identitario che protegge dalla minaccia dell’invasione dell’inconscio, piuttosto osserviamo un irrigidimento dell’io, che tuttavia resta in comunicazione, in dialettica con l’altra parte.

La terapia di solito riesce abbastanza facilmente ad allargare la faglia e a permettere la fuoriuscita di elementi in contrasto con il ruolo, necessariamente esacerbando il conflitto. Una certa quota di sofferenza e di crisi è inaggirabile affinché i contenuti prodotti dall’inconscio siano capiti ed elaborati.

Comunque la perdita di equilibrio in tale scenario non è permanente e distruttiva, ma prelude alla stabilizzazione di un nuovo equilibrio, fondato su basi nuove e più armoniche rispetto all’interezza della psiche.

L’effetto è un alleggerimento, una ripresa della carica vitale, un sentirsi nuovamente o forse per la prima volta in accordo con sé stessi. La rigidità dei ruoli si smorza e una nuova energia creativa è a disposizione per rilanci, progetti e decisioni di carattere assolutamente personale.

Le attese dell’altro vengono ridimensionate e gestite, l’adesione agli standard imposti dal proprio contesto sociale si affievolisce in favore del recupero di uno stile individuale. La fiducia in se stessi e nelle proprie possibilità ne esce rafforzata, rinvigorita dal contatto con le parti più vere e misconosciute di sé.

Esistono casi in cui tale successo è rallentato e talora impedito dalla paura e dalla rinuncia. Sono le situazioni in cui grossi traumi, malattie, perdite economiche, separazioni laceranti hanno spinto ad indietreggiare, ad assestarsi in una dimensione di vita frustrante ma “sicura”.

Jung cita il caso di un imprenditore che fallisce con la sua impresa  e che allora si mette a fare l’impiegatuccio. Pur avendo un temperamento creativo si castra, si ridimensiona a causa della paura del fallimento. La regressione verso un’identificazione certa e socialmente approvata (l’impiegato) determina un’ importante flessione dell’umore e della vitalità, che possono guarire solo con la riscoperta delle sorgenti autentiche, inconsce e pulsanti  della propria personalità (creatività).

La nevrosi può dunque essere guarita ma implica disponibilità e fiducia a lasciarsi andare, a mollare gli ormeggi, a stare anche peggio nella prospettiva di una risalita futura.

Aiuto psicoterapeutico , Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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