Depressione, anoressia e obesità

La sofferenza depressiva costituisce il terreno d’elezione sui cui si innesta la maggior parte delle problematiche alimentari di natura psicologica.

Queste ultime infatti, nonostante l’evidenza talora drammatica delle loro manifestazioni, non costituiscono di per sé  il  vero“problema” da curare, bensì l’effetto secondario di un malessere così ben nascosto e camuffato da poter esser scorto solo tramite la tangibilità di un corpo che non passa più inosservato.

La denuncia del corpo

Il corpo dell’anoressica, così come quello dell’obesa, sembrano infatti addossarsi il compito di denunciare in maniera eclatante un malessere rimasto a lungo sepolto, inavvertito dal contesto familiare e parallelamente schiacciato, represso dalla persona stessa.

L’apparente normalità di atteggiamenti, condotte, stili di vita contribuisce all’accrescimento del baratro di incomunicabilità, fino all’esordio sintomatico, che scompagina improvvisamente credenze e sicurezze.

La brava ragazza di sempre, che non si ribella, che non si esprime, che dice sempre di sì a tutto, d’un tratto scopre il no attraverso il rifiuto del cibo o la sua incorporazione senza limiti,  assolutizzando questo no all’altro (che cerca di intromettersi anche nel rapporto con il cibo) nella stessa maniera in cui prima faceva con il sì.

La parola assente

La parola in questa dinamica è tagliata fuori. E non solo quella diretta all’altro nel tentativo di comunicare  il proprio disagio. La parola mancata è soprattutto quella del dialogo interiore. È infatti la parola che, legata alla coscienza riflessiva (a sua volta in rapporto dinamico con l’inconscio) trattiene, fissa i vissuti, osservandoli, amplificandoli, penetrandone più o meno efficacemente i significati. È dopo aver ammesso a se stessi un disagio, dopo averne abbozzato interiormente un profilo che diventa possibile esprimerlo, condividerlo.

Nella mente di chi è incline a sviluppare disordini alimentari si osserva invece una specie di ammutolirsi della voce interna, un congelamento dei processi elaborativi inconsci. Ciò per altro ha delle ricadute al livello più generale della capacità di pensare, che si impoverisce ed irrigidisce. Al di là di competenze settoriali, in cui si possono raggiungere anche alti livelli in termini di performance, il tallone d’Achille resta questa disposizione a non volerne sapere niente, che spesso esita nella convinzione errata di sapere già tutto.

La famiglia

A volte è proprio l’ambiente familiare d’origine che indirettamente incentiva tale chiusura, proprio perché esso stesso funziona tramite il meccanismo dei silenzi, dei non detti, della soppressione dell’emotività vera (e della sua sostituzione con maschere ed apparenze). Il “divieto di soffrire francamente” appare l’effetto di un tacito patto tra le parti, da non infrangere, pena la frustrazione dell’incomunicabilità e del rifiuto.

Ecco che l’effrazione, dopo magari dei tentativi secondo vie più canoniche,  può avvenire tramite una forma inconsueta, sintomatica. Anziché parlare si prende la via dell’azione, azione frequentemente punitiva, dimostrativa, arrabbiata. “Guarda cosa mi succede, guardami!”  è il grido disperato di molte giovani anoressiche (o viceversa obese) che tentano così di scuotere genitori distratti, concentrati in se stessi, persi nei loro obiettivi ambiziosi o nelle loro debacle esistenziali.

Così l’attenzione effettivamente viene catturata, ma essa non basta, non basta mai perché chi soffre sa che l’angoscia dell’altro è sostanzialmente di matrice egoistica. L’anoressica intuisce che il suo comportamento assurdo ed irrazionale turba l’equilibrio individualistico del genitore o del partner  e che  se ricominciasse a mangiare gli  farebbe solo un favore, lo libererebbe  dall’ennesimo “problema”. E allora, impercettibilmente, alza ogni volta la posta, corteggia la morte, la distruzione fisica per arrivare a mettere l’altro con le spalle al muro. Il ricatto esasperante induce rabbia e diniego, portando allo stallo, all’incistarsi di un blocco.

Si creano in tal modo dei circoli viziosi infernali, che impediscono ad ambo le parti di fare dei progressi nei termini di un avvicinamento alla reale questione in gioco, ovvero il dolore psichico spacciato per anni ed anni per felicità.

La psicoterapia

I progressi e l’abbandono delle condotte disfunzionali con il cibo sono pertanto legati alla rottura del muro del silenzio. Ciò o sul lato dell’altro o su quello del soggetto. Nel primo caso è l’atto di chi non patisce direttamente del sintomo  il fattore  nascosto dietro a molte guarigioni spontanee, avvenute senza l’intervento di uno specialista oppure grazie a percorsi che coinvolgono tutto il nucleo familiare.

Se l’altro infatti si rende davvero conto delle proprie mancanze lasciando andare la sua sofferenza automaticamente frantuma il patto del “non detto”  e libera dalla morsa dell’autodistruttività come unica forma di comunicazione o di affermazione di sé. Finalmente diventa possibile parlare senza scudi e difese, ci si può raggiungere nelle rispettive nudità. Ci si può chiedere scusa, ci si può perdonare, si può cominciare ad essere se stessi su basi nuove.

Ma se il genitore o il partner non si smuove per nessuna ragione al mondo, se resta arroccato ostinatamente sul non voler vedere né sapere (il dolore potrebbe essere come una massa d’acqua che inghiotte e uccide) che fare? Sicuramente la psicoterapia può rivelarsi un’esperienza antitetica a quella familiare, in cui accoglienza, parola e verità sono a portata di mano.Tali fattori, sicuramente terapeutici, non bastano. Bisogna che dal lamento protratto verso le mancanze dell’altro ci si sposti, almeno un po’.

Se ci si appassiona al recupero dei perché, se si comincia a parlare del dolore (quello vero), del sentimento depressivo ingabbiato e non più del cibo o degli altri sicuramente ci si mette nelle condizioni di non dover per forza far “vedere” che si sta male esibendo ossa o carne in eccesso. Piano piano può rendersi sempre più evidente il tratto soggettivo, non a partire dal camuffamento delle proprie inadeguatezze ma da una loro conoscenza,  integrazione ed accettazione.

Diverso il discorso per chi la maschera dell’anoressia o dell’obesità se l’è cucita addosso come una nuova protesi identitaria, un’identificazione inscalfibile. La parola allora deve ammettere il suo scacco e la terapia può trovare un senso in un accompagnare, un mitigare (più che abbattere) le dinamiche malate in questione.

Disturbi alimentari

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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