La paura, oggi

La paura in questi giorni di incertezza aggredisce tutti. I coinvolti non sono solo certe categorie di persone, gli ansiosi o gli ipocondriaci.


Tutti noi rischiamo di trasformarci in vittime del panico, quando messi improvvisamente di fronte a un pericolo senza volto, allo spettro della  malattia e della morte, ad emergenze e indizi di stravolgimenti sociali ed economici.

Infondo chi normalmente soffre di ansia è solo più sensibile degli altri rispetto alle minacce, vere o presunte che siano.

Egli, con il suo atteggiamento timoroso e guardingo, amplifica quei terrori che si nascondono più o meno profondamente dentro l’animo di ciascuno, e che derivano dalla percezione della precarietà della nostra natura mortale.

Fonte d’angoscia non è solo la coscienza della mortalità individuale, ma soprattutto quella della possibilità dell’irruzione della morte in qualsiasi momento della vita.

In ogni istante il nostro cuore potrebbe smettere di battere, una malattia aggredirci, un incidente fuori o dentro casa porre fine per sempre ai nostri giorni.

La mente tende a rimuovere tali eventualità per permetterci di andare avanti, di ingaggiarci nelle nostre piccole o grandi battaglie, di godere di questo esserci.

Eppure ci rendiamo conto come la rimozione da sola non basti a proteggerci da certi fantasmi e allarmismi.

Anzi, ad un eccesso di rimozione corrisponde sempre un ritorno del rimosso, magari scatenato da alcune congiunture esistenziali.

Ragion per cui l’anima più leggera ed entusiasta, messa a tu per tu con determinate circostanze che riguardano la morte, può fulmineamente cadere vittima di rappresentazioni all’insegna dell’orrore e della catastrofe, di sintomi fisici opprimenti.

Se l’ottimismo si basa unicamente sull’incoscienza, su meccanismi di difesa all’insegna della rimozione o della negazione, esso si rivela fallace nell’aiutare a fronteggiare situazioni complesse.

Al rovescio non è utile però nemmeno un’espansione troppo marcata della lucidità e della coscienza. In questa maniera si tenta, tramite la razionalità, il calcolo probabilistico ed altre astuzie della ragione di analizzare i fatti e di arginare, scongiurare e limitare la paura sulla base di stime e conteggi.

Che succede tuttavia se i conti vengono fatti male? E che vita è una vita sempre in stato di allerta, sempre orientata a prevedere, prevenire, anticipare, in una parola controllare?

Ogni eccesso produce la sua patologia, troppa razionalità scivola facilmente nell’ossessione, nel sovraccarico mentale così che l’angoscia trova ugualmente lo spiraglio dove infilarsi e dilagare incontrollata insieme alla rabbia.

A questo punto appare chiaro come nè la rimozione nè il contenimento mediante misure razionali ci possano salvaguardare e salvare dall’agguato del panico.

Di fatto non esiste garanzia di sfuggirvi, la potenza delle immagini della malattia e della morte incombenti mette a dura prova tutte le coordinate orientatrici, tutte le credenze, le sicurezze.

Di colpo l’impalcatura ritenuta solida (o che si pensava di poter mantenere moltiplicando gli accorgimenti), finisce per crollare, per venire giù  come un fragile castello di carta esposto ad un alito di vento.

Quale antidoto allora? Non esiste rimedio che non si riveli effimero?

Una mia conoscente qualche giorno fa involontariamente ha citato una situazione che potrebbe essere di esempio per tutti noi.

Parlava di un’amica, malata di una malattia molto grave, probabilmente condannata a lasciarci. Questa donna le ha confidato di vivere ogni giorno con gusto, di essere stranamente in pace, nonostante tutto.

Potremmo dire che stia rimuovendo la morte? Il ritorno del rimosso potrebbe improvvisamente tornare e travolgerla?

Difficile dire. Molto più probabilmente ella è già andata oltre il panico, lo ha già vissuto, attraversato, superato...

Ciò che si riscontra qui così come in molte testimonianze di persone che hanno affrontato coraggiosamente l’eventualità della fine non è l’assenza di paura ma l’intervento ad un certo punto di una forza particolare, di una tenuta psichica che ha molto in comune con la presa d’atto, con l’accettazione, con l’esposizione senza più resistenze all’imperscrutabile volontà del destino.

Una forza diversa da quella che usualmente concepiamo. Un abbandono più che un incremento delle difese.

Ciò di cui abbiamo bisogno in questi tempi oscuri di incertezza, oltre che della statistica, dei numeri,  delle condotte responsabili e di una buona dose di fiducia è mettere in conto per davvero che la vita è il bene più prezioso e allo stesso tempo il meno posseduto e garantito. Che per quanto sia sacrosanto difenderla e tutelarla con tutti i mezzi c’è qualcosa che va oltre la nostra fragile volontà.

A partire da tale messa a fuoco possiamo riconsiderare la nostra esistenza e i nostri affetti dalla prospettiva di chi sta per partire e saluta tutti con affetto, lasciando andare aspettative, rancori e piccolezze.

Oggi più che mai serve, accanto alla lotta attiva, un parallelo e solo apparentemente opposto atteggiamento di resa, che ci faccia apprezzare il tempo presente come una ricchezza, come l’occasione per focalizzare ciò che conta davvero al di là di tanti “divertissement” su cui abbiamo per troppo tempo fatto affidamento.

Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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