L’arte della resistenza attiva

Sulla città metropolitana è calato il silenzio, rotto soltanto dallo sferragliare dei tram vuoti e dalle grida delle ambulanze in corsa. Qualcuno, dopo gli incoscienti assembramenti degli scorsi giorni, osa ancora uscire, pascolare il cane, persino correre attorno ad un parco chiuso, serrato dopo gli ultimi divieti.

Mentre qualcosa, nelle movenze delle sagome scorte in lontananza, tradisce una fretta diversa, non la frenesia consueta dei mille impegni, ma la sollecitudine della paura, l’urgenza di rientrare velocemente nella sicurezza della propria abitazione.

Il paesaggio apprezzabile dalla finestra di casa, una casa ormai trasformata in studio, in ufficio, per le famiglie perfino in asili, in scuole e dopo scuole, è più o meno questo un po’ per tutti i cittadini. Una “Città irreale” alla T.S. Eliot, uno scenario di desolazione, in crudele contrasto con il clima di primavera.

L’invasione del collettivo

Dentro agli appartamenti la vita si trasferisce in blocco, forzatamente. Accanto alla sfera intima, personale, si affianca una nuova dimensione sociale, senza corpi, fatta di voci, immagini, video e parole scritte. I mezzi di comunicazione e la tecnologia portano massicciamente il collettivo all’interno, permettendo  miracolosamente il proseguo degli scambi e dell’operosità anche sotto i colpi di questo inquietante, invisibile bombardamento di virus.

Lo spazio privato si satura di urgenze, di presenze virtuali eppure immensamente concrete ed ingombranti. Le famiglie, alle prese con convivenze obbligate, si ritrovano a dover ridefinire spazi, confini, abitudini. Ma anche i singoli, benché l’iper connessione aiuti ad attutirne il senso di isolamento, si confrontano con l’esigenza di ricavare un equilibrio mentale libero dalle invasioni del lavoro, delle notizie, delle chat.

La totale concentrazione delle attività nella casa, il senso di reclusione a cui si sommano  l’angoscia e la paura di queste ore, mettono a dura prova la tenuta psichica degli individui. Reazioni rabbiose, panicate, di fuga o di diniego sono soltanto quelle più eclatanti.

Ciò che si vede meno e che costituisce il nemico numero uno è l’intorpidimento interiore, lo spegnimento, la reazione simil depressiva. Un abbandono rassegnato agli eventi che rischia di soffocare la capacità di resistenza individuale.

La resistenza attiva

Invece resistere si può, si deve, per la comunità e per noi stessi. Impegnarsi nel proprio lavoro e non cedere alla tentazione di andare in giro (sopportando il disagio della chiusura fra le quattro mura) sono sicuramente i modi più evidenti per dare un contributo personale alla società nel contenere i danni dell’emergenza. Un auto aiuto a conti fatti, data l’interdipendenza tra noi e la struttura sociale

Ma poi c’è bisogno di altro. Da una parte c’è da portare avanti tutto ciò in maniera non automatica, non per semplice adesione alle regole, ma a partire dalla coscienza della preziosità della collaborazione di tutti.

Dall’altra c’è da lavorare per mantenere una connessione piena e vigile con il tempo presente, allenando la capacità di stare nella difficoltà, con la consapevolezza che il momento dello sconforto è fisiologico e umano ma transitorio, che il sereno alla fine segue sempre la tempesta.

Guardare continuamente a ciò che manca, pensare che la giornata  debba necessariamente andare in un certo modo per essere considerata “degna”  è un inganno del pensiero, che porta insoddisfazione e paralisi, grigiore e nichilismo. Il lamento fomenta negatività, e se esso a piccole dosi è legittimo, in quantità eccessiva avvelena e distrugge, richiudendo in prigioni immaginarie, più pericolose di quelle reali.

L’essere umano in realtà ha enormi capacità di adattamento, è la vita stessa a insinuarsi e fiorire nelle pieghe delle situazioni più impensabili, nei luoghi più impervi e difficili.

Al momento negli ospedali, vere trincee di questa guerra, accanto al dolore e alla disperazione scorrono energia e voglia di farcela, grinta e fiducia. Gli operatori sanitari, insieme ai malati, stanno lottando e soffrendo in prima linea, ed è dalla loro forza che dobbiamo trarre esempio per sostenere il fardello che ci è toccato, immensamente più piccolo.

La bussola della quiete

Allora nello spazio costretto della casa, nelle mille urgenze della famiglia piuttosto che nelle lunghe ore di isolamento diventa possibile conquistare il silenzio, e infine dopo di lui la pace. La quiete così raggiunta, ben lontana dall’essere fautrice di inerzia, si rivela piuttosto una valida compagna nelle varie azioni del quotidiano, impercettibile guida nel caos.

Il contatto con l’inconscio collettivo viene per questa via rinnovato, non restando più al livello dell’invasione selvaggia, del panico o della resa passiva.

L’elemento plurale, una volta filtrato e assorbito in maniera soggettiva, dona completezza all’essere, ne risveglia e accentua le potenzialità creative e di lucida opposizione all’avanzata del male.

Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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