La presa di coscienza

Uno scopo del lavoro terapeutico, forse il principale, è promuovere una sorta di  “rilancio” vitale, una nuova fiducia nelle proprie possibilità espressive in opposizione a noia e disincanto, a frustrazione e senso di impotenza.

Il passo intermedio ma decisivo per giungere a tale trasformazione è la presa di coscienza, ovvero la visione lucida di ciò che fa stare male unitamente alla propensione a lasciar andare, a mollare la presa, a non accanirsi più contro l’altro cominciando a conoscere finalmente se stessi.

Sfogo e lamento

Frequentemente chi giunge in terapia è ingombrato, appesantito e accecato dal lamento. Il suo problema è fondamentalmente l’altro. Effettivamente ha subito in passato e/o subisce nel presente dei torti, molte cose nella sua vita non vanno per il verso giusto. L’infanzia non è stata delle migliori e la giovinezza neppure, il partner manca o non valorizza a sufficienza, il lavoro non appaga, gli amici sono assenti o freddi, i figli non danno soddisfazioni.

Tedio, insoddisfazione e male di vivere prendono il sopravvento, piegando la volontà e affievolendo inesorabilmente ogni capacità di provare piacere. Ci si sente vittime, si soffre, ci si ripiega su se stessi e su quanto si è sfortunati.

Lo sfogo in seduta la fa quindi da padrone. Il terapeuta raccoglie ed ascolta le lamentele, i vani propositi, le elucubrazioni e il vuoto, disperato rimuginare. Ma la posizione di fondo di chi parla, nonostante mille parole, resta passiva. Spesso accade anche che ci si aspetti dal terapeuta la soluzione,  come se questi avesse la facoltà prodigiosa di realizzare i desideri inappagati, di indicare la via per far sì che la realtà sia diversa da quella che tristemente è.

Cambiare la realtà o cambiare se stessi?

Sfortunatamente i terapeuti non hanno nessun potere trasformativo della realtà, non operano con la magia e non leggono nella mente di nessuno, tanto meno dei parenti e degli amici dei loro pazienti. Non possono dunque cambiare direttamente le condizioni di vita dei loro assistiti, né dare i consigli “giusti” per convincere i partner ad essere più affettuosi, i figli più accondiscendenti e gli amici meno egoisti.  

Naturalmente chi chiede aiuto sa perfettamente che tutto questo è impossibile ed esula dalle possibilità della psicoterapia, ciò nonostante  spessissimo è proprio quanto inconsciamente si aspetta. Se il tanto agognato cambiamento non avviene la “colpa” viene collocata nel luogo della terapia, scartato come inefficace e inutile. Il non volerne sapere vince su ogni sforzo promosso dal terapeuta in tal senso.

Saggiare queste aspettative è indispensabile all’inizio di un lavoro, eppure possono volerci molti mesi per vedere qualcuno spostarsi davvero da tale posizione disimpegnata. Durante questo periodo, con tatto e sempre all’insegna del rispetto, il terapeuta cercherà non tanto di cambiare le cose, ma di mettere di fronte al suo paziente la realtà, perché egli la veda per quello che è e non per ciò che vorrebbe fosse.

Allora e solo allora, solo dopo aver preso atto che le cose stanno in un certo modo, si può accedere al livello successivo. Che parte ho avuto io in tutto questo? Cosa mi ha guidato nelle mie scelte? Dov’ero e dove sono io al di là di tutti quanti? A cosa ho rinunciato e perché? Dove sono finiti il mio coraggio, la mia forza? Perché non li ho mai avuti? Perché li ho relegati in soffitta? Quello che sto vivendo è davvero così orrendo o è il mio sguardo che esaspera ogni cosa? E perché? Perché sono sempre così insoddisfatto?

Questi interrogativi sono quelli davvero produttivi ai fini di una trasformazione del sentimento di fondo. Tramite l’autoconsapevolezza ci si rende conto di essere i reali artefici del nostro destino, al di là dei torti subiti. Ci si accorge di avere delle possibilità di azione là dove si dava per scontato di non averne. “Tutti mi trattano sempre male” può diventare “perché permetto che tutti mi trattino sempre male”?

L’autoefficacia

Il  potenziale di risveglio è enorme perché attiva la percezione della così detta “autoefficacia”, ovvero della potenzialità insita in ognuno di noi di cambiare il corso degli eventi tramite pensieri ed atti. L’altro può venire scagionato, non è più lui la fonte del male. Segua pure il suo percorso, ciascuno ha il proprio.

Il recupero del sentimento dell’efficacia rispetto a quello dell’impotenza è profondamente vitalizzante e rinvigorente. Rimette in moto, espone a nuovi incontri, a realtà diverse, al piacere della scoperta e alla crescita come persone. Ma tale riappropriazione ha dei costi, significa mollare tutti i vantaggi che si accompagnano agli atteggiamenti dipendenti e rinunciatari.

Significa fatica, apertura e disponibilità ad accogliere gli inevitabili  ridimensionamenti narcisistici che mettersi in discussione comporta. Vuol dire,  sul finire del percorso, anche accettazione dei propri lati sintomatici (che ormai si conoscono bene e la cui portata distruttiva si é comunque affievolita) e pure accettazione di come sono andate le cose, perdono, grazia, amnistia. La fiducia verso il futuro sarà potenziata, sarà possibile discernere tra ciò che si può cambiare e ciò che va preso così come è.

Terapia a tutti i costi?

Molte persone non vogliono assolutamente guardarsi così spietatamente dentro. Da una parte  perché non vogliono rinunciare ai tornaconti assicurati dal lamento, ai ricatti emotivi esercitati sugli altri e in generale a tutte le compensazioni narcotizzanti  con cui ingannano il loro tempo. Dall’altra c’è anche chi non ha gli strumenti mentali ed emotivi per inabissarsi così profondamente in se stesso.

A volte può essere pericoloso spingere qualcuno che non ne ha i mezzi a inoltrarsi in un viaggio non privo di pericoli. Senza il giusto equipaggiamento si rischia di annegare, ovvero di perdersi nella confusione mentale smarrendo qualsiasi parvenza di equilibrio, seppure malato. Ogni terapeuta deve essere accorto a discernere il “non volerne sapere” nevrotico dall’impossibilità di altra origine.

Il lavoro terapeutico inteso in questa maniera non è per tutti e non si applica in tutti i momenti della vita. Esso può limitarsi ad un supporto, ad un accogliere le lacrime per il tempo che basta a rimettersi più o meno in piedi. E può andare bene lo stesso. Diverso il discorso per chi ce la potrebbe fare ma preferisce tapparsi occhi e orecchie. In questi casi è un peccato, uno spreco, anche se le occasioni trasformative la vita le può mettere di fronte in altri modi, che non necessariamente coincidano con l’andare a parlare con un terapeuta.

Aiuto psicoterapeutico , Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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