Psicoterapia e ascolto

Uno dei fattori terapeutici per eccellenza in gioco in una psicoterapia è l’accoglienza dell’altro senza condizioni, che si traduce operativamente in un ascolto inedito, in un’esperienza di difficile reperimento all’interno di altre situazioni relazionali. Tale ascolto si differenzia persino dalla disponibilità dell’amico più lucido e neutrale, nella misura in cui in qualsiasi amicizia entrano in gioco fattori emotivi legati alla conoscenza reciproca, alle attese inconsce più o meno intense ma in ogni caso difficilmente eradicabili fra persone che stabiliscono un rapporto bidirezionale.

Il silenzio del terapeuta in stato di autentica ricezione non si limita infatti a recepire e a permettere l’accumulo dei contenuti dell’altro (al pari di un capiente contenitore di scorie). Quando ciò accade è facile che il paziente stia semplicemente evacuando, stia cioè parlando in maniera concitata ed eccessivamente turbata dal tumulto delle sue emozioni. La scarica in questi casi la fa da padrone, e la funzione del terapeuta è schiacciata su quella del partner speculare, puro riflesso narcisistico di colui che parla. A questo livello non accade nessuna trasformazione, il tutto si riduce ad una bonaria sopportazione dell’agitazione che invade l’intero campo, in attesa che si apra qualche varco di riflessione.

L’ascolto può dunque sprigionare tutto il suo potenziale terapeutico nel momento in cui chi emette dei suoni si sta esprimendo davvero, sta cioè comunicando ricordi, pensieri, emozioni sviluppando al contempo (in maniera spesso inconsapevole) un discorso interiore rispetto ad essi. Egli non si limita a “buttare fuori” elementi grezzi, ma li sta assemblando, li sta arricchendo di una qualità personale, li sta manipolando come un pittore che mischia i colori per ottenerne una tinta speciale.

Così egli viene toccato da un’esperienza nuova, quella di veder assumere al proprio dire una sorta di esteriorità. L’ascolto (che può essere puro silenzio, punteggiatura o interpretazione)  infatti nel mentre riceve materiale vivo e ricco lo fa “montare” come panna, gli dona cioè un volume, uno spessore prima inesistenti, identico a quello delle cose reali, delle cose vere e tangibili. Le parole non sono più solo sfogo estemporaneo, ma strumento per attraversare il tempo e lo spazio,  per riconnettersi con verità sbiadite.

Da questa amplificazione deriva il grande effetto di riconoscimento che molti sperimentano in analisi, la sensazione di tornare reali, di lasciarsi alle spalle (per il tempo della seduta e oltre) ottundimenti e nebbie. Tale “risveglio” può essere talvolta anche molto doloroso, può sciogliere in pianto blocchi emotivi prima ritenuti inavvicinabili. In ogni caso qualcosa viene recuperato dalle macerie del tempo, mentre la sofferenza troppo a lungo negata riacquista dignità e senso.

Queste piccole epifanie non sono eventi che possono verificarsi ad ogni incontro. La psicoterapia infatti costituisce un percorso che nasconde sorprese ed impasse, momenti luminosi a cui seguono perdite di connessione, disorientamenti e nuove scoperte. Chi conduce la cura non è esente da tali fluttuazioni, non può restare fuori dal processo perché spesso è proprio dalla sua forza vitale, dalla sua resistenza alla frustrazione, alla complessità e tortuosità dei meccanismi mentali in atto che si devono aperture e rilanci.

Un uditore troppo passivo, eccessivamente distaccato, poco curioso (se non addirittura francamente prostrato) può finire per inceppare il meccanismo, incentivando resistenze e chiusure. E d’altro canto il suo eccesso di partecipazione rischia di passivizzare troppo, facendo sì che l’altro resti inopportunamente agganciato e dipendente dagli stimoli forniti dal terapeuta.

La sensibilità del conduttore del trattamento risiede nella calibrazione dei suoi interventi e del suo livello di partecipazione, stimando di volta in volta correttamente le capacità del paziente  di “farcela” da solo e dando loro la priorità sui propri interventi. Esse infatti cambiano non solo da persona a persona, ma anche nel corso del lavoro stesso, in base a determinati momenti esistenziali e a particolari snodi interni alla cura.

La persona più capace di elaborare e di tessere un discorso che raggiunga livelli profondi può ad un certo punto bloccarsi, indietreggiare di fronte a verità troppo grandi e angoscianti. Molti passi in avanti in termini di consapevolezza e di vivificazione possono venir vanificati dall’irruzione dell’angoscia, che costringe a fermarsi se non a tornare indietro. Allora certi interventi ben calibrati possono rompere la stagnazione, tamponare l’angoscia e far fare altri giri intorno alla cosa scabrosa che fa soffrire e che al tempo stesso funge da rifugio rassicurante. Oppure al contrario il silenzio protratto, il mancato sostegno e la solitudine a tu per tu con l’angoscia possono incentivare l’attraversamento del conflitto ed infine il salto.

La difficoltà del cambiamento sta tutta qui. Grazie all’effetto di riconoscimento assicurato dal luogo dell’ascolto la verità viene dolorosamente a galla ridando tridimensionalità all’esistenza ma al tempo stesso amplificando la spaccatura interna, il dilemma, la lacerazione. Se la terapia sospinge verso la consapevolezza e il mutamento,  al contrario la nevrosi, la paura, l’attaccamento al noto riportano verso territori grigi ma conosciuti, bloccando il processo evolutivo verso la guarigione completa.

Ad un certo punto si rende necessario un salto, un taglio, una decisione. E l’atto di questo genere non è garantito da nulla, si posiziona per così dire fuori dalla stessa terapia,  rappresentandone di fatto l’esito, la via d’uscita non difensiva, la riuscita ideale. Senza atto la terapia si limita ad un’ottima esperienza conoscitiva, che rischia però  di creare dipendenza dal contesto terapeutico, unico luogo in cui sembra possibile riconnettersi alla vita.

È il problema individuato da tutti i più grandi terapeuti. Analisi terminabile o interminabile? Terminabile potremmo dire, ma solo là dove la vita prende il sopravvento fuori dalla stanza d’analisi, e non a causa della stagnazione o dell’eccesso di frustrazione in seno al setting. La vita diventa più interessante non perché rappresenta una via fuga dall’analisi  ma perché una decisone viene presa. Una scelta finalmente rompe il conflitto e restituisce la fiducia del lasciarsi andare ai rischi e alle sorprese di un cammino non garantito da nulla e nessuno.

Aiuto psicoterapeutico

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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