Il padre assente

Il grado di assenza del contributo del paterno allo sviluppo psichico di un individuo non lo si stabilisce né sulla base della presenza del padre fra le pareti di casa, né su quella della quantità di parole che rivolge ai propri  figli. L’ assenza in questione è primariamente un’indisponibilità ad un livello più profondo, non episodica (non legata cioè a particolari congiunture esistenziali), costante nel tempo e indipendente da fattori esterni.

Quando si verifica tale situazione la madre e il suo influsso dominano incontrastati mentre si apre un vuoto, una carenza, in particolare nel tempo dell’infanzia e della primissima adolescenza. Mancanza che può essere successivamente colmata creativamente attraverso percorsi soggettivi, in ogni caso all’interno di un processo doloroso non privo di conseguenze permanenti in termini di sintomaticità.

I motivi di tale indisponibilità sono spesso da ascrivere a disarmonie importanti all’interno della coppia genitoriale oppure a problematiche emotive di  intensità tale da rendere un padre incapace di svolgere la funzione che gli sarebbe propria. Che non è quella di mantenere economicamente la famiglia o di “educare”, di diventare un clone della madre amorevole né tanto meno di sostituirsi al figlio risolvendone direttamente le difficoltà trovando soluzioni al posto suo.

La funzione paterna non ha a che vedere tanto con il “fare” quanto con l’ “impersonificare” (nelle maniere più disparate, dipendenti dalle caratteristiche di ciascuno) entità non misurabili come  tolleranza della solitudine e della frustrazione, fiducia, coraggio, autonomia, curiosità, slancio desiderante  (che non escludono sbandamenti e contraddittorietà ma li superano e li vincono con spirito positivo).

Molti padri, per debolezza personale e per via di una moglie accentratrice, o diventano il pallido riflesso di quest’ultima, o si eclissano dietro ad un’autoritarismo vuoto. In ogni caso falliscono nel fornire agli occhi del bambino o dell’adolescente l’esempio di qualcosa che non sia dell’ordine del codice materno e delle sue degenerazioni, quali l’iper protezione controllante (sempre passibile di trasformarsi in rifiuto e abbandono) e la reazione ansiosa paralizzante, intesa come percezione di non potercela fare né dentro né fuori dal guscio.

La figura del padre “tato”, buono, accudente piuttosto che quella del padre “tuono”, autoritario e umorale sono entrambe incapaci di promuovere un distacco benefico dal rapporto simbiotico con la madre, perché da un lato ne replicano la modalità soffocante e invischiante e dall’altro quella bruscamente espulsiva, che lascia per sempre la traccia dell’ingiusta cacciata da un presunto paradiso perduto.

Da ciò deriva come la carenza paterna possa anche essere compensata dalla madre nel caso dell’assenza fisica del padre.  Ma perché ciò accada bisogna che ella sia anche una donna completa, sia cioè aperta a qualcosa che non è soltanto dell’ordine della maternità ma della vita. Una madre che si muove nel mondo, che ha delle passioni, che conosce le criticità del vivere e sa fronteggiarle con un livello minimo di ansia, è probabilmente in grado di surrogare la funzione paterna intesa come equilibrio e forza positiva.

Esistono  situazioni in cui il materno lascia pochissimi spiragli all’interno della famiglia. In questi scenari i figli talvolta riescono “da soli” a far esistere qualcosa del paterno, secondo modalità imprevedibili. Il vuoto di padre può infatti venir compensato da risvegli, incontri, letture, esperienze personalissime che cambiano un destino di ripiegamento su se stessi  apparentemente già scritto.

Le ansie, le angosce date dallo strapotere del materno vengono superate grazie ad un’insondabile  disponibilità ad accogliere stimoli e incontri al di fuori del contesto familiare, che cimentano, mettono alla prova, fanno intuire nuove e diverse possibilità di vivere, profondamente divergenti da quelle dominanti nel contesto di appartenenza, spesso all’insegna dell’aspettativa, del ricatto emotivo, del negativismo e del senso di colpa. Qualcosa del paterno può venir incorporato mentalmente con il tramonto dell’infanzia, nonostante esso non sia mai stato rappresentato adeguatamente dalle figure genitoriali.

Il figlio in questi casi ha l’impressione di farsi lui stesso da padre,  attraversando in maniera non mediata, non favorita dal genitore una vera e propria rivoluzione personale. Il  contesto familiare che lavora contro tale evoluzione in quanto totalmente intriso di materno può rendere il percorso accidentato, talvolta può ostacolarlo al punto tale da decretare regressioni ed involuzioni.

Nei casi più fortunati restano dei sintomi, delle inibizioni, dei blocchi, pur nel complesso di una sanità mentale pertinacemente  coltivata e  custodita come il bene più prezioso. L’attitudine pessimistica, la difficoltà con l’altro sesso, la tendenza rinunciataria, la carenza di fiducia in se stessi costituiscono le ricadute più frequenti dell’assenza di un principio paterno solidamente installato.

In molte situazioni  la psicoterapia può profilarsi come un luogo privilegiato in cui poter fare un “assaggio” di ciò che concerne il paterno, non tanto perché il terapeuta si comporti come un padre buono e pacificante che c’è e che dice cosa fare (al fondo soltanto una delle versioni al maschile della madre) ma per il semplice fatto che essa chiama a prendere la parola, a esporsi,  a dire la propria in prima persona.

Tutto ciò implica una tolleranza della solitudine e della frustrazione che sgancia dal sistema delle aspettative, mettendo in contatto con una  libertà e una fatica nuove. Dalla loro assunzione, dalla responsabilità della propria parola che non è più lamento ma riflesso di un atteggiamento consapevole, può finalmente presentarsi l’occasione per il risveglio di una soggettività assopita.

Rapporto genitori figli

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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