L’utilità del dolore

I poeti più degli altri lo intuiscono: il dolore ha una funzione,  troppo spesso ignorata. Ed è precisamente quella di rinnovare lo spirito, assopito nelle abitudini, nella routine, nel tran tran del quotidiano.

Il dolore ha un potenziale di risveglio enorme, che può dispiegarsi però solo se viene guardato coraggiosamente  in faccia e poi tenuto accanto, senza la fretta di sbarazzarsene.

Tipicamente il dolore nella sua purezza si scatena a seguito di una perdita. Un amore finito, un congiunto che viene a mancare, un’amicizia interrotta. Sono le relazioni (con tutte le lacerazioni che le contraddistinguono) a far soffrire di più e a consegnare al tipico, doloroso sentimento di solitudine e di abbandono.

Come si fa allora a voler tenere vicino proprio il vissuto più spiacevole che esista? Non c’è il rischio di avvilupparcisi, di lasciarcisi andare venendo meno a tutto, ai propri doveri, alla propria vita, in ultima analisi all’equilibrio mentale stesso?

In realtà chi si perde nel compiacimento luttuoso non sta affatto affrontando il dolore ma sta tentando di schivarlo immergendosi completamente nel mare della sofferenza. Lo stordimento della depressione sottende una manovra di evitamento del peso che comporta caricarsi sulle spalle la propria quota di amarezza. Un tentativo di aggirare la responsabilità di farsene qualcosa, di trasformarla creativamente.

L’altra via di fuga, scambiata per reazione “sana” e “normale” è far finta di nulla, ergere un muro di indifferenza che contempla azioni compensatorie, distrazioni, scacciapensieri. Gli oggetti (partner umani così come sostanze o oggetti di consumo) riempiono il vuoto, bypassando la dimensione spirituale della mancanza. Ecco che il trattamento meccanico della sofferenza la svilisce nella sua portata conoscitiva e nel suo valore di portatrice di maturazione, semplificandola, facendola passare per un ostacolo  tout court ad una presunta e preconfezionata felicità.

Come si fa a diventare uomini o donne adulti senza attraversare i carboni ardenti del dolore? Non si rischia di restare per sempre dei bambini viziati che piangono se il gioco si rompe e che si placano solo se ne ricevono uno nuovo che rimpiazzi quello perduto?

Accettazione, resa, abbandono,  perfino “amicizia” con la bestia nera sono tutti termini che cercano di cogliere il rapporto che va creato con l’angoscia perché essa non si traduca in supplizio perenne o in fuga maniacale.

Questi termini cercano di rendere l’idea del lasciarsi toccare da qualcosa di violento, da un’esperienza forte e sconvolgente con la consapevolezza che ne trarremo un insegnamento, che la nostra anima ne uscirà temprata e rigenerata.

L’adulto non è qualcuno appesantito e schiacciato dai carichi che via via si accumulano vivendo. Ma è colui che, non avendoli sfuggiti, avendoli portati sulla schiena, ha irrobustito lo scheletro fino a non sentirne più il peso, fino ad acquisire un po’ della leggerezza dell’atleta che ha superato la barriera della fatica e si trova ormai nel “flusso”, in uno stato di abbandono concentrato e di fusione col tutto.

In una parola vivere il dolore, attraversarlo non coincide con una diminuzione della vitalità ma con un suo rafforzamento, nella misura in cui la gamma delle esperienze vitali, che comprende anche le zone più oscure ed ombrose, viene percorsa a trecentosessanta gradi.

Allora anche la solitudine, la ferita dolente che la propria condizione in un certo momento del cammino esistenziale impone, non più rifiutata inizia a dare dei frutti. A tradursi in una nuova disponibilità verso l’altro, in una visione più completa e profonda dei rapporti umani, in un’apertura a prendere atto delle cose per quello che sono, a  vederle nella loro nudità.

Il risveglio che il dolore porta con sé è uno sguardo sul mistero, su ciò che ci sfugge e va oltre le nostre categorie, le consuetudini, le certezze. E tale contatto può essere rinfrancante anziché disperante, può riallacciare al cuore misterioso e palpitante del tutto di cui facciamo parte.

Il dolore avvicina alla verità, non la disvela sul piano del senso, su quello  intellettuale, che ci resta precluso, ma ce ne fa fare un’esperienza per certi versi “mistica”, estatica.  Obbliga alla resa, al deporre le armi del controllo e della ragione, a sintonizzarsi su nuove frequenze che non sono quelle della volontà e del bisogno che deve essere perentoriamente soddisfatto.

Allora la solitudine così “assunta” non verrà riempita da rapporti mordi e fuggi, immaginari o virtuali,  ma sarà la condizione per incontri veri con altre creature altrettanto vere, fatte di carne e di ossa, più o meno consapevoli e temprate, parimenti assetate di verità.

Sarà il punto di partenza per ritrovare un autentico sereno, per gettare un ponte verso l’altro che ne rispetti la sacralità, la separatezza e il  mistero, sarà la base dell’amicizia e se si avrà fortuna anche quella dell’amore.

Male oscuro

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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