Cos’è l’invidia?

L’invidia è il sentimento distruttivo per eccellenza. Parente dell’odio, non coincide completamente con esso, rappresentandone il volto peggiore, il lato più oscuro e più prossimo alla morte.

Esiste infatti una sfumatura “positiva” nell’odio, nella misura in cui esso si configura come una spinta verso la separazione da una situazione ritenuta asfissiante e coartante la propria soggettività. In quest’ottica l’odio se trattato  si trasforma in “grinta”, in “forza”, in “determinazione”.

La ruvidezza correlata non è affatto distruttiva ma costruttiva, non mira a rovinare/ screditare nessuno ma ad andare oltre, a costruire, a rilanciare la vita là dove pareva non ci fossero più speranze. Il rapporto con l’altro non scade nella rivalità, sebbene possa esitare nella sana competizione, come in una gara sportiva in cui ciascuno dà il massimo nel rispetto del valore altrui.

L’invidia invece è il buco nero in cui precipitano tutti, coloro che la nutrono (soprattutto) e coloro che ne sono oggetto. L’invidiato non è l’oppressore, non è il tiranno, non è qualcuno che agisce “contro” il soggetto. Di solito al contrario egli ha un rapporto di vicinanza se non addirittura di amicizia con l’invidioso.

Il più delle volte un legame all’insegna dell’amore unisce i due. Ma, fin da subito o da un certo punto in poi, accade che nascano e si sviluppino nell’animo di uno dei due dei sentimenti violenti, animati dalla cieca volontà di soppressione dell’altro.

Il bersaglio di tali passioni ha due colpe. Da una parte quella di splendere là dove l’invidioso non splende affatto. Dall’altra quella di non essere disposto a “diminuirsi” per non dispiacere all’altro, dunque quella di andare avanti per il conto proprio al di là della sua approvazione e del suo consenso.

L’invidioso tenta dapprima di controllare e di diminuire la sua vittima per via indiretta, facendo leva su suoi eventuali sensi di colpa, punti di fragilità emotiva ecc... Se il gioco non gli riesce, perché l’altro è profondamente libero, scatena infine la sua furia veemente attraverso le classiche modalità della maldicenza e della calunnia, dichiaratamente finalizzate a isolare e demolire la reputazione del perseguitato.

Magari quest’ultimo, dato che resta un essere umano, ha effettivamente delle mancanze, delle pecche, dei difetti personali. Può aver commesso e continuare a commettere degli errori. E questi vengono tirati in ballo nelle maniere più svariate, diventando il pretesto per giustificare gli attacchi aggressivi, ingenerati  invece da tutt’altro.

Ma cosa porta un individuo a desiderare la caduta nella polvere di un altro essere umano? Qual è cioè la causa dell’atteggiamento invidioso? Sicuramente l’invidia è tipica dei mediocri ma non si può dire che tutti i mediocri siano automaticamente degli invidiosi. E poi come la mettiamo con gli invidiosi che il talento ce l’hanno?

La causa dunque va cercata altrove. Infondo una persona può essere modesta, semplice e al tempo stesso  nutrire una profonda ammirazione (priva di cariche aggressive) verso chi è più dotato. Oppure può essere molto in gamba ma ammettere serenamente la superiorità dell’amico, del collega o del conoscente senza per questo sentirsi minacciato nelle fondamenta del proprio essere, un essere umano di serie b ecc…

L’invidioso allora è chiaramente qualcuno che ha dei conti in sospeso con se stesso. Fondamentalmente è qualcuno che non si accetta, qualcuno che ha sviluppato una grandiosità compensatoria ad un senso di vuoto interiore senza fondo.

Ciascuno di noi ha delle pecche, delle mancanze, delle irresoluzioni che il successo dell’altro può mettere clamorosamente in evidenza. Ma l’atteggiamento sano non è la vendetta sull’altro, che con noi non ha nulla a che spartire, piuttosto l’assunzione piena di ciò che si è, pacchetto completo.

È la vita che impone ad ognuno l’accettazione piena della propria mediocrità. Perché la vita esige che si viva, che si riesca cioè a fare qualcosa di costruttivo nonostante i nostri limiti, per quello che possiamo e con gli strumenti non sempre al top che abbiamo per le mani. Guardare agli altri come estensioni possibili di sé  stessi è un grave errore perché porta a malsane identificazioni. Quando puntiamo il dito sull’altro e sulle sue presunte o reali mancanze stiamo guerreggiando in realtà  contro noi stessi.

Non si dovrebbe allora mai criticare nessuno? Mai denunciare nulla? La critica è sempre e solo sinonimo di invidia mal celata, di odio distruttivo? Certamente no. Il punto è “come” si portano avanti le critiche. Il “modo” è tutto.  

Esiste una critica costruttiva ed una distruttiva, una aperta e franca (rivolta alle idee, agli atti più che alla persona) ed una indiretta e irrispettosa. L’espressione diretta, a viso scoperto infatti ammette il contraddittorio da parte dell’oggetto delle accuse, apre al dibattito e alla possibilità di rivedere le proprie posizioni. Ma quella subdola, “out of the blue” sottende sempre la trappola

È il rispetto e la possibilità che l’altro possa rispondere a non mancare mai in un dibattito non distruttivo, unitamente al buon gusto e al buon senso. Discriminare la critica positiva, finalizzata al confronto, dalla calunnia è quanto mai necessario per non  venir coinvolti nelle basse trame dell’invidioso. Per conservare una lucidità che non porti a rappresaglie altrettanto odiose quando capita di essere dalla parte dell’oggetto degli attacchi.

Ansia patologica

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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