Dipendenza da cannabis

Ai nostri giorni la dipendenza da cannabis, diversamente da quella da altre sostanze psicotrope, rischia di andare incontro ad una pericolosa sottovalutazione da parte sia di chi ne soffre che di chi ruota nell’orbita del soggetto dipendente, ovvero la famiglia, gli amici, lo stesso psicoterapeuta.

Questo perché la così detta marijuana nell’immaginario collettivo non è considerata una vera e propria droga, piuttosto una sostanza “ricreativa” , dagli effetti rilassanti e disinibenti, consumabile senza particolari pensieri in solitudine o in compagnia.

Da tale atteggiamento tollerante deriva una difficoltà generale nel capire quanto l’abuso sia occasionale e limitato ad un periodo di tempo circoscritto e quanto invece esso sia diventato un’abitudine, un fatto quotidiano, un rito irrinunciabile ormai saldamente radicato nelle giornate.

Quando ci si accorge dell’invasività del fenomeno esso si è già costituito come una dipendenza psicologica, ne ha già tutti i caratteri, le funzioni e gli effetti negativi. Tuttavia molti si ostinano a negarne l’esistenza, cercando di far passare il tutto come un “vizio” qualsiasi. Le questioni ad esso profondamente intrecciate non vengono identificate nella loro natura autentica. Esse sono piuttosto  nominate come “fatti”, come “evidenze” , accadimenti che non possono venir pensati e messi in rapporto con altri pensieri.

Chi resta invischiato nel circolo vizioso della dipendenza presenta in effetti delle difficoltà “non affrontate”,  antecedenti alla sostanza. Tramite essa crede di poterle  “risolvere” o quantomeno a tenere a bada. Tali difficoltà “impenetrabili” però non fanno altro che venir esacerbate dal consumo protratto, perché la soluzione offerta dalla chimica oltre ad essere transitoria e connessa alla fuga dalla realtà, nel lungo altera pure una serie di parametri fondamentali per il benessere psico fisico, tra cui il sonno, l’appetito, l’umore ecc…

La discesa emotiva  è continua ed inesorabile, parallelamente all’attaccamento alla sostanza, che si fa morboso ed ossessivo. “È l’unica amica che ho” dicono in molti, amica che c’è e basta, senza dialettica, senza contraddittorio, senza possibilità di abbandono, senza tutti i rischi che qualificano le relazioni umane.

L’andare avanti con tale abuso autodistruttivo testimonia l’atteggiamento di base negazionista del dipendente, incapace di mettere a fuoco cosa lo fa stare così male al di là dei fatti elencati come cause oggettive e senza rimedio.  Da esso derivano le difficoltà nel trattamento psicoterapeutico basato sull’uso della parola e sull’elaborazione mentale dei conflitti.

Inoltre pazienti di questo tipo arrivano in seduta “fatti”, su di giri, parlando di nulla, evacuando parole, trascinando il terapeuta nella loro modalità di pensiero caotica e disorganizzata. E a niente portano i tentativi di riportare il discorso su un binario di senso; un soggetto sotto l’effetto di una sostanza non può svolgere alcun lavoro psichico.

Importante è allora stipulare un patto chiaro con il paziente, del tipo “o la sostanza o la seduta”. In tal modo si cerca di preservare almeno lo spazio dell’incontro dall’invasività degli effetti psicotropi, anche se essi si estendono nel tempo ben oltre le prime ore successive all’assunzione.

L’ideale, spesso proposto dai testi in materia, è cominciare un percorso psicoterapeutico dopo un periodo di disintossicazione fisica. L’astinenza dovrebbe essere la condizione di base per poter iniziare a lavorare su di sé. Nel caso della cannabis, a differenza di altre droghe più “pesanti”,  basta poco per disintossicare il corpo. Ma come fare se manca la volontà, se il problema è proprio la negazione di avere un problema serio?

I terapeuti spesso vengono a scoprire la dipendenza in atto dopo parecchio tempo dall’inizio della terapia. Il paziente non solo non ne parla subito, impedendo al terapeuta di inserire un filtro preliminare all’entrata nella cura, ma anche quando lo fa tende a minimizzare, a presentare la cosa come fosse un accessorio, un qualcosa che sì c’è ma che infondo non dá  noia, una pratica innocente che non arreca particolare disturbo.

La complicità del discorso sociale, sempre più benevolo verso questo tipo di droghe, fa da ulteriore ostacolo alla cura. Come non apparire agli occhi del paziente come dei perbenisti fuori dal tempo? Come mantenersi flessibili senza farsi sopraffare dagli effetti di un eccesso di tolleranza?
Come far capire ai nostri soggetti dipendenti che in gioco c’è il loro malessere, che esso non è sganciato da certe pratiche ma forma un tutt’uno con esse?

Come portarli a potenziare l’uso del pensiero, là dove esso ha evidentemente ceduto alla lusinga del godimento anonimo a portata di mano? Come risvegliarli dal torpore sonnifero della sostanza, come mobilitare un po’ di passione non puramente dissipativa? Come riportarli dentro ad un legame non inquinato dalla droga?

Domande aperte, che non trovano risposta in un fare coercitivo, in un furore terapeutico ma nemmeno in un eccessivo e rassegnato distacco.

Consci delle difficoltà il nostro compito è mantenere sempre viva la speranza, l’apertura al dettaglio, la curiosità, impedendo così che il caso che abbiamo per le mani perda la sua singolarità non assorbibile nella serie, dunque la sua potenzialità di fare obiezione ad un futuro già scritto.

Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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