Le due patologie del materno

Diventare madre non coincide con il raggiungimento di uno status che riassume tutto l'essere di una donna. La maternità di per sè non cancella tutti i desideri e le aspirazioni che esulano dal mero accudimento dei figli. Certo, durante i primissimi mesi di vita di un bambino è fondamentale che la preoccupazione primaria sia la sua cura.

Tale interesse esclusivo però deve via via allentarsi, in favore di un desiderio che vada al di là, che includa anche altro: l'amore per il partner, per un lavoro, per un hobby. Che tenga vive anche sul piano della femminilità, che non ne mortifichi l'esuberanza senza però trasformarsi in disinteresse e disimpegno rispetto al proprio ruolo genitoriale.

L'equilibrio fra dedizione materna e realizzazione di sè è tuttavia minacciato da due possibili derive patologiche, rivelatrici di un contrasto fra maternità e femminilità che impedisce una loro armonica saldatura. E che spessissimo ha delle ricadute importanti sulla psiche dei figli. Da una parte osserviamo madri tutte madri, donne che cioè hanno integralmente abdicato ad ogni soddisfazione che non ruoti attorno all'accudimento. Dall'altra madri totalmente concentrate su loro stesse, prese dalla propria carriera, dalla propria bellezza e più in generale dalla rincorsa di una condizione di eterna giovinezza.

Il primo caso, quello che riguarda le madri del sacrificio, era più diffuso una volta, quando la cultura predominante era di natura patriarcale. La donna, esclusa dal mondo lavorativo, veniva confinata in una dimensione squisitamente domestica, in cui riversava tutte le sue possibilità di realizzazione. Non mancano tuttavia esempi di tale impostazione anche ai giorni nostri, compatibili con il ruolo sociale della donna lavoratrice. Il punto infatti non è lavorare o meno. Cruciale è se ciò che viene fatto cattura davvero il proprio desiderio, dà una soddisfazione vera, autentica, che sgancia il figlio dall'obbligo di essere ciò che colma le mancanze materne.

Lacan parlava in proposito di "madri coccodrillo", le cui fauci, non adeguatamente tenute aperte da altro, si chiudono irrimediabilmente sul proprio bambino, arrivando a fagocitarlo. Tale presa soffocante non consente un armonico sviluppo, nella misura in cui impedisce alla soggettività del figlio di dispiegarsi in maniera libera da condizionamenti. Le ripercussioni sono spesso di una certa gravità, a seconda dei casi e delle situazioni specifiche.

I casi di rifiuto della maternità sono invece più frequenti nella contemporaneità. Le donne sono schiave dei nuovi diktat sociali: essere belle, performanti, al top. Un figlio finisce per divenire un intralcio nella corsa verso la conservazione di un'immagine vincente. Si parla spesso in proposito di " madri narcisiste", ovvero di donne molto insicure, fragili a livello narcisistico e dunque facili vittime di un sistema che spinge verso l'individualismo e l'edonismo più sfrenati.

La ricaduta sui piccoli può essere anche molto grave. Vissuti come degli ingombri, vengono di fatto trascurati, nonostante non manchi loro nulla sul piano degli oggetti materiali. Ciò che fa veramente difetto in questi casi è la percezione di avere un posto d'elezione nel desiderio dell' altro, con il rischio di sviluppare nel tempo un senso di nullità esistenziale. Senza l'innaffiamento del desiderio da parte dell'altro la vita finisce per non avere nessun senso, valore. Vissuti depressivi e chiusure ostinate nel proprio mondo possono minacciare la crescita di questi bambini.

La sfida della psicoanalisi, spesso alle prese con le crisi delle madri contemporanee, è rendere possibile, anche nella modernità, una convivenza reciprocamente arricchente fra la madre e la donna, una loro compenetrazione e non una contrapposizione generatrice di infelicità.

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Esistono infatti un narcisismo "sano" ed uno "malato". Il primo non è altro che amor proprio, coscienza di sè, rispetto e cura per se stessi. È, freudianamente parlando, un equilibrato investimento libidico sull'io, necessario alla vita. Freud parlava di un "narcisismo primario" del piccolo dell'uomo, necessariamente chiuso nel suo guscio per sopravvivere e svilupparsi, avvolto in un bozzolo di bisogni e di indifferenza rispetto al mondo esterno.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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