Genitori e figli: quando i ruoli si invertono

In questi casi l'esito migliore per questi ultimi è lo sviluppo di una consapevolezza e di un senso critico che spingono ad una precoce autonomia e dunque ad una non omologazione, non identità nei confronti degli atteggiamenti distruttivi e disfunzionali a cui si sono trovati esposti.

Se questa è la conseguenza meno sfavorevole, dato che l'altra possibilità è uno schiacciamento soggettivo che può portare fino a delle manifestazioni francamente psicotiche, non significa che sia priva di costi per chi la sperimenta. Non è infrequente osservare, nelle storie di fratelli colpiti dal disagio psichico di un genitore, uno che ce la fa ed uno che invece soccombe, crollando sistematicamente di fronte alle vere difficoltà della vita. Ma chi "si salva" non è immune da conflitti e sofferenze. Esiste infatti una sofferenza specifica, propria di chi è stato forte, di chi non si è piegato alle logiche patologiche imperanti nel suo ambiente familiare, riconoscendone la portata distruttiva e distaccandosene in maniera decisa.

Tale disagio prende la forma di un senso di incomunicabilità e di incomprensione. Non adeguandosi alle leggi distorte dominanti nella famiglia, incontra la solitudine, l'incomprensione, il rifiuto da parte dell'altro. La ferita che queste persone si portano dentro è legata ad una carenza d'amore e di riconoscimento. Se da una parte sono molto indipendenti ed autonome, acute ed instancabili, dall'altra fanno fatica a lasciarsi andare nelle relazioni, in quanto per gran parte della loro vita sono state costrette ad essere guardinghe. Sono persone molto difese, spesso danno l'idea di portare una corazza, possono sembrare all'apparenza molto diverse rispetto a come sono veramente.

Inoltre ciò che le affligge è la responsabilità verso i loro familiari, di cui si trovano a fare i genitori, priva però di alcun senso di riconoscenza da parte loro. Se hanno successo nella vita si devono sentir dire che hanno avuto fortuna, che per loro è stato più facile. Insomma l'aiuto che forniscono è dato per scontato, considerato come dovuto. Il loro è un dare a fondo perduto, sempre all'insegna della frustrazione affettiva e della vampirizzazione da parte dei familiari, attaccati come bambini voraci ed incapaci di gratitudine.

Intensi sensi di colpa li accompagnano soprattutto negli anni giovanili. La loro vitalità, il loro bisogno di allontanarsi dalla famiglia, di vivere esperienze al di fuori del contesto ristretto delle relazioni familiari viene continuamente criticato, non trova appoggio, dato che si tratta di nuclei in cui domina la chiusura verso l'esterno e l'idea possessiva quanto asfissiante che tutto ciò che serve per crescere e stare bene risieda all'interno.

Inizialmente questi soggetti, sulla scia della responsabilità e della colpa cercheranno di "guarire" il loro ambiente malato, si prodigheranno per anni per far cambiare le cose. Verificatane l'impossibilità sperimentano l'impotenza. A volte è proprio tale vissuto a spingere verso una psicoterapia. L'incontro con un terapeuta in questi casi è di importanza decisiva per fare ordine rispetto ad un magma indistinto di sensi di colpa e pericolose spinte regressive.

La terapia aiuta a rinforzare la fiducia verso il proprio modo di essere e di leggere le situazioni. Ciò determina fin dai primi incontri un effetto di riconoscimento e impedisce l'auto sabotaggio, il sacrificio estremo di sè per l'altro, attenuando la colpa e risituandola correttamente nel luogo dell'altro. La liberazione dalla colpa può ingenerare intensi sentimenti di rabbia, che, metabolizzati nel tempo, possono preludere ad una possibile pacificazione. Ad una riconciliazione ed accettazione che non coincide nè con l'odio dell'altro nè con quello verso se stessi.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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