Sopportare la frustrazione

È esperienza comune incontrare nel corso della vita almeno un punto che costringe al confronto con la propria insufficienza. È cioè ineluttabile per l'essere umano il verificare con dolore lo scarto tra la propria immagine ideale e ciò che è nel reale.

Questo divario può saltare agli occhi in varie situazioni, le più diverse fra di loro, tutte quante accomunate però dal loro essere passibili di suscitare la sgradevole sensazione di non coincidenza con ciò che percepiamo di essere e di meritare nel profondo di noi stessi. Dunque da questo punto di vista una malattia può equivalere ad una delusione sentimentale o ad un insuccesso lavorativo nella misura in cui essa, al pari delle altre condizioni citate, fa sperimentare un'incrinatura tra ciò che desidereremmo ardentemente incarnare e ciò che invece ci rimanda lo specchio dello sguardo dell'Altro.

Nella malattia lo specchio delle indagini mediche ci svela un lato "fallato" di noi stessi, in contrapposizione con l'aspirazione, tutta umana, alla "buona forma". Ci fa sentire "diversi" , in primis rispetto alle nostre aspirazioni ed inclinazioni più proprie. Apre una ferita nell'illusione di poter realizzare su questa terra un' armonia senza macchie, scevra da limitazioni.

Nella delusione sentimentale lo specchio questa volta è l'amato stesso. Davanti al suo sguardo non siamo nulla, niente di prezioso quanto meno, niente di unico. Tutte le nostre qualità, magari da lui apprezzate sinceramente, non bastano per conquistare una posizione d'elezione nel suo cuore.

L'insuccesso lavorativo può farci sperimentare dei vissuti di non adeguatezza che possiamo magari aver provato davanti ai nostri genitori in età infantile. Ai loro occhi ci siamo sentiti insufficienti, e tali percezioni possono riattualizzarsi verso un capo o in generale nei confronti di una figura d'autorità.

Naturalmente questi tre esempi non esauriscono la gamma delle situazioni in grado di suscitare l'esperienza dolorosa della propria inadeguatezza. Sono tuttavia paradigmatiche di ciò che anche nel linguaggio comune viene denominato con il termine "frustrazione". Siamo frustrati non solo e non sempre quando non possiamo possedere ciò che vorremmo, ma soprattutto nel momento in cui ciò che vorremmo ( la salute, l'amore, il successo professionale ecc...) assume una valenza ben specifica. Quella di farci sentire speciali, grandi, potenti nel nostro essere.

Ora la forza di un individuo non sta nel non essere toccati da questi dolori, ma nel sopportarli. Nel farsene carico, nell'assumerseli su di sè, senza rifiutarli attraverso meccanismi difensivi troppo rigidi e senza perdercisi dentro in una deriva di disperazione senza prospettiva.

Un percorso psicoanaliticamente orientato può fare molto in questa prospettiva. Nel nominare ciò che non va si può aprire la via per un suo attraversamento ed un accesso ad un livello superiore di consapevolezza. Che coincide con l'abbandono di una posizione narcisistica in favore del riconoscimento di una bellezza nell'esistenza che va oltre il possesso di una pienezza senza sbavature e che forse può essere vista proprio in virtù della povertà, dello svuotamento a cui quest'ultima conduce. Tutto ciò può tradursi in un atteggiamento autenticamente ricettivo ad aperto verso ciò che è altro da sè, finalmente dimentichi o quantomeno alleggeriti dal nostro ego.

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