Sostare nell'incertezza

Per tutti noi è molto difficile a volte sospendere il giudizio e vivere serenamente il presente nonostante l'incertezza della situazione che ci troviamo ad affrontare. C'è in noi un bisogno di controllo intimamente legato alla necessità di dare un senso a ciò che ci accade, che tuttavia rischia di condurci verso pensieri ed azioni che ci allontanano anziché avvicinarci ad una risoluzione del conflitto che stiamo attraversando.

Dunque sostare nell'incertezza, sopportare per il momento di non vederci chiaro, appare come l'unica via per non cadere preda dell'ansia e dei comportamenti disorganizzati che ne possono conseguire. Ciò ha come ricaduta un affievolirsi del tormento e il recupero di quella serenità necessaria per affrontare con apertura e responsabilità i compiti a cui siamo chiamati nel quotidiano, evitando di cadere nella trappola dei pensieri fissi che si avvitano su loro stessi impedendo il proseguo di qualsiasi altra attività.

Tale approccio differisce profondamente da un fare finta di nulla, da un evitamento difensivo, da una negazione massiccia. La questione problematica può essere ben presente a vari livelli di coscienza ma non interferire per questo del tutto con il resto dei nostri processi mentali. Quindi è possibile che avvenga un lavoro di elaborazione in relazione al momento sofferto in parallelo ad una concentrazione attenta e curiosa nei confronti di tutto quello che costituisce la stoffa delle nostre giornate.

Se ad esempio una crisi sentimentale ci può appesantire con un alto carico di sofferenza, spingendoci a rivedere criticamente le nostre scelte e a coinvolgerci in un lavoro di messa a fuoco dei nostri desideri più profondi, ciò non significa che non ci sia più spazio per altro, che tutta la nostra energia psichica sia assorbita in quel compito. Capire cosa si vuole davvero comporta tempi lunghi, pazienza, incertezza, dubbio, ripensamenti. E soprattutto non si gioca sul piano della volontà, non scaturisce da un atto forzato dalla ragione. Perciò appare chiaro come solo continuando a vivere con abbandono si possa lasciare spazio al fluire della vita inconscia e alle soluzioni che spontaneamente affioreranno.

Un lavoro psicoterapeutico ispirato alla psicoanalisi non fa altro che andare in questa direzione. Parlando, dicendo tutto ciò che passa per la testa, a volte confrontandosi anche attivamente con il terapeuta, si permette ai contenuti più profondi della mente di venire alla luce, di svelarsi, di conquistarsi uno spazio e una dignità di esistenza. In modo che una nuova consapevolezza possa farsi strada e venire lentamente metabolizzata dalla psiche. Così che i cambiamenti di prospettiva non derivino da un esercizio sterile del pensiero e del ragionamento ma si uniscano saldamente alla verità più propria del nostro essere.

La fretta è nemica di ogni realizzazione autentica. Se è vero che il tempo in cui viviamo ci incalza con scadenze di ogni tipo, è bene mantenere come bussola alla base dell'agire il nostro sentire più profondo, anche quando ci manda segnali non chiari e contraddittori. La paura di sbagliare, di arrivare in ritardo, di essere diversi, di perdere delle occasioni ci fa sbandare, spingendoci a realizzare proprio ciò che temiamo. Al contrario una resa al non capire, al non sapere ancora, può liberarci dall'urgenza di conoscere risolutamente cosa si vuole, riconsegnandoci la pienezza del nostro imperfetto presente e la fiducia in un dispiegamento imprevedibile della verità.

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