La misura individuale della felicità

Tutte le domande di aiuto nelle loro varie forme sono accomunate da un'interrogazione di fondo, più o meno sofferta, rispetto al senso del proprio stare al mondo. Cosa mi rende davvero felice al di là dell'avere, delle aspettative sociali, di un certo rassicurante conformismo?

Che cosa voglio nel profondo? Dove convogliare le mie energie? Come fare a sostenere la mia particolarità, a renderla generativa senza doverla mortificare? Come trovare cioè una via che sia in accordo e non in opposizione al mio essere pur restando all'interno del legame sociale? Dove reperire la forza di deludere e contravvenire ai piani che qualcun altro aveva già tracciato per me?

Essere autenticamente, pienamente se stessi sembrerebbe la cosa più semplice che ci sia al mondo, eppure per tutti è la più difficile. Anche perché non significa fare tutto ciò che ci pare, non avere regole, filtri, limiti. Questi esistono e siamo chiamati a rispettarli, a farci i conti senza però che diventino degli alibi per rinunciare, non fare nulla ed adattarci ad un comodo vivacchiare. Vivere in accordo con i propri desideri e aspirazioni, rimanere in contatto con la propria verità comporta sempre la forzatura di un limite, l'aggirare un ostacolo, il ricercare tenacemente una strada praticabile ma alternativa rispetto a quella solcata da tutti.

Solitudine, isolamento, smarrimento sono dei compagni di viaggio non eludibili da parte di chi sceglie di provare a trovare una propria misura individuale di felicità. Dunque affrontare il rischio, l'ignoto, la possibilità di fallire, lo scetticismo se non addirittura la disapprovazione a volte proprio delle persone più care costituisce la quota di fatica che sempre accompagna ogni ricerca di libertà.

Nel seguire una nostra passione non possiamo non mettere in conto di perdere qualcosa. Innamorarsi, provare a vivere della propria arte, intraprendere un progetto imprenditoriale ma anche semplicemente ridimensionare lo stile di vita per dedicarsi ad altro equivalgono ad un lasciarsi alle spalle la terra ferma delle certezze condivise per affrontare un viaggio in solitudine il cui approdo è invisibile in primis a noi stessi.

La paura spesso può bloccare per anni all'interno di situazioni anche molto confortevoli che però non danno alcun senso di pienezza. Andare a vedere da dove scaturisce questa paura è una delle possibilità offerte da un percorso psicoterapeutico. Essa può avere a che fare con un distacco ancora non pienamente avvenuto nei confronti delle figure genitoriali, il cui giudizio o la cui visione del mondo inconsciamente condizionano desideri e scelte.

Prendere atto di certe dinamiche psichiche che sfuggono alla consapevolezza è solo il primo passo nella direzione di un cambiamento. È l'istante del vedere, il momento in cui l'ignoto prende improvvisamente forma. Perché esso si traduca in atto ci vuole però un tempo per comprendere, per far maturare dentro di sè ciò che si è visto in un lampo. Dunque pazienza e fiducia appaiono due ingredienti necessari per un lavoro anche minimo su se stessi il cui esito può tradursi in una radicale trasformazione esistenziale, in un riprendere in mano il timone della propria vita.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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