I doni della vita

Nell'immaginario collettivo si pensa che la fortuna nella vita coincida con il benessere materiale. Bellezza, danaro, salute sembrano essere le basi necessarie per accedere alla felicità, intesa come condizione di piacere e di armonia senza strappi. In quest'ottica la malattia, la povertà, la deformità fisica, la vecchiaia sono dei mali assoluti, delle vere e proprie catastrofi che minano irrimediabilmente qualsiasi aspirazione verso la pienezza.

Ma siamo sicuri che le cose stiano poi davvero così? Che i doni della vita risiedano nello splendore dei nostri corpi e delle nostre case? Nell'assenza di fatica e di dolore? È nella potenza della macchina corpo e dei suoi gadget che risiede la fonte di ogni autentica vitalità?

In realtà a ben vedere l' essere umano, anche quello immerso nelle condizioni più ricche d'agio e di confort, è irrimediabilmente attraversato da mancanze. La soddisfazione sfuma velocemente, la noia inspiegabilmente irrompe proprio quando tutto è al top. Si vede bene dunque come la credenza nella equivalenza fra felicità e possesso sia falsa. Ad un desiderio ne segue un altro, in una serialità sciocca e senza fine, che lascia eternamente insoddisfatti e svuotati. Si passa il tempo a credere ingenuamente che esista un altrove più pieno e più ricco, e che una volta raggiunto quell'eden segua poi una pace senza fine.

Se dunque il benessere materiale in sè non offre gratificazioni durature, come la mettiamo però con le condizioni avverse? Con la malattia e la povertà? Tutti concorderebbero nel ritenere "più fortunato" (benché magari annoiato) chi non ci deve avere a che fare. Eppure, a ben vedere, come dice Goethe in un bellissimo verso in cui descrive il calare della sera, " Alles nahe werde fern", " tutto ciò che è vicino si allontana". Dunque il tramonto, inteso come perdita progressiva dell'intensità della luce, è un'esperienza che avvolge prima o poi tutti quanti. Ogni cosa, lentamente, ci lascia. Siamo destinati a conoscere povertà e malattia, non si scappa a questa legge implacabile.

Cosa resta dunque? Cosa rende un vecchio, magari rimasto solo e pieno di acciacchi, ancora capace di un sorriso luminoso? L'aver amato pienamente o costruito qualcosa? La fede in un disegno supremo? Forse non è su questo piano che dobbiamo cercare. Metterla così ci riporta infatti su un piano di misurazione e quantificazione.

Ciò che davvero può dare una qualche serenità nella vita, nonostante gli agi o le inevitabili tempeste, è la possibilità di non perdere nel tempo il contatto con la parte più profonda di se stessi. Poter dunque riconoscere senza paura la vera gioia e il vero dolore, poter dare loro lo spazio di cui necessitano per esprimersi. E dopo averli accolti con abbandono poterli poi usare per allargare il proprio grado di consapevolezza. Solo così si trascendono i dolori, trasformandoli in mezzi conoscitivi. Un'oscura ragione ci fa incontrare certe cose, sta a noi allacciare quanto ci accade alla nostra soggettività più vera. Mutando le sfortune, i fallimenti in pietre preziose.

Come diceva lo scrittore Borges, da sempre alle prese con la sua progressiva cecità: <<uno scrittore o meglio ogni uomo, deve pensare che tutto quello che gli succede è uno strumento; tutte le cose gli sono state date per un fine...tutto ciò che gli accade, persino le umiliazioni, la vergogna, le sventure, tutto ciò gli è stato dato come argilla, come materiale per la sua arte; e deve approfittarne. Queste cose ci sono state date per tramutarle, per trasformare la miserabile circostanza della nostra vita in cose eterne, o che aspirino ad esserlo>>.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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