Il potere equilibrante della sofferenza

Il dolore, quando invade la vita, sembra mettere tutto a soqquadro. Le certezze di sempre, se ci sono, mostrano tutta la loro fragilità, facendo sentire nudi, impauriti davanti a qualcosa di oscuro e minaccioso.

Eppure chi ha avuto a che fare con grandi dolori (a volte fin dall’infanzia) ed è sopravvissuto non si lascia polverizzare dal male, ma trova il modo di integrarlo nel proprio vissuto e nella propria identità.

Soccombere alla tristezza?

Soccombere alla tristezza o alla depressione dopo un lutto, una separazione o una malattia non è scontato: ammalarsi psichicamente non è la naturale conseguenza di fatti traumatici.
 
Tuttavia gli attacchi di panico così come le crisi depressive e gli accessi di rabbia sono le reazioni più diffuse a fronte dell’incontro con situazioni complesse, perturbanti uno stato di equilibrio considerato illusoriamente come acquisito e permanente.
 
In certe persone addirittura il tilt emotivo si presenta al solo pensiero di una disgrazia, con immagini di distruzione e di morte anche in assenza di fatti che potrebbero giustificare tanta angoscia.
 
Non è infrequente nemmeno la reazione emotiva abnorme a fronte di situazioni spiacevoli, complicate ma comunque non estreme e non insanabili. 
 
Per alcuni soggetti piccoli problemi, assolutamente risolvibili grazie ad un surplus di attenzione e di cura, sono sufficienti a mandare in crisi e a consegnare a stati psichici di agitazione estrema. A volte certe circostanze  intricate e avvitate su loro stesse  sono soltanto l’effetto di azioni illogiche compiute sull’onda della preoccupazione.
 
Perché allora le persone mediamente sviluppano dei sintomi seri sul piano psicologico, quando si confrontano con le  emozioni negative legate ai problemi inevitabili della vita?
 
Per rispondere a questa domanda vale la pena soffermarsi a riflettere su quella che è la mentalità dominante nella nostra cultura attuale, in grado di influenzare le coscienze senza che esse ne siano consapevoli. 

La grande fuga dal malessere 

Oggigiorno la “felicità” coincide sostanzialmente con il possesso (di oggetti materiali e di persone considerate utilitaristicamente come oggetti di consumo e di tutela psichica) e con l’apparire (apparire di successo, allegri, giovani, sani, brillanti e sicuri di sè). 
 
I ragazzi crescono con questi valori, il più delle volte senza possibilità di metterli davvero in discussione. Non solo, la sopracitata felicità non è un’opzione, appannaggio dei più fortunati. Essa è un diritto e un obbligo, tutti devono aspirarci. 
 
Si comprende allora come basti un nonnulla ad adombrare questa felicità fasulla, basata sulla dipendenza da cose, persone e maschere smaltate.
 
Una separazione getta nella disperazione non perché si viene privati dell’affetto dell’altro, proprio di quella specifica persona. A mancare è la funzione che l’altro svolge come oggetto incaricato di tutelare la vita.
 
Una malattia, propria o di un membro della famiglia, oltre che spaventare per se stessa, atterrisce nella misura in cui suscita fantasmi di invalidità e di rifiuto sociale. È l’attacco all’immagine a scatenare il panico, non il naturale smarrimento dato da una sconosciuta, intima condizione dell’essere.
 
La caduta nella povertà viene vissuta come una catastrofe non per via dello spettro della fame, ma perché priva l’accesso al possesso e al consenso sociale. 
 
In queste situazioni la sofferenza risulta quindi legata a qualcosa che diminuisce la propria brillantezza, il proprio diritto/dovere alla felicità. 
 
La fuga dal malessere è quindi la prima risposta per tentare di rimettere tutto a posto. Negare, negare e negare. Nascondere, cercare di sembrare qualcun altro appare come l’unica soluzione.
 
Ma il confronto con gli altri, persi nella loro supposta beatitudine, riporta impietosamente a se stessi, fomentando sentimenti negativi di rivendicazione, rabbia e invidia.
 
Se l’unico valore è apparire, appena l’immagine narcisistica si offusca tutta la struttura della personalità crolla, restando ostaggio di affetti tossici. 

La sofferenza “vera”

Soffrire veramente un dolore è un altro discorso. La sofferenza domanda un suo spazio privato, un tempo per capirci qualcosa che esclude lo sguardo dell’altro.
 
Poter soffrire vuol dire scongiurare il rischio di cadere in depressione o nel baratro del panico, proprio perché la concentrazione è su ciò che si sente autenticamente nel proprio intimo, al di là dei riflessi sociali.
 
In questo senso patire rafforza e struttura il carattere, perché ha la potenzialità di renderlo indipendente dai condizionamenti sociali, stimolando domande e riflessioni che riguardano la verità del nostro stare nel mondo.
 
Se quindi la sofferenza viene accolta essa può essere anche attraversata e infine lasciata alle spalle riportando un guadagno in termini di equilibrio e stabilità psichica.
 
Un pilota che abbia gestito un’emergenza in volo o  abbia mantenuto per ore la rotta durante una turbolenza particolarmente ostica o che abbia effettuato un atterraggio con un motore in avaria non guiderà più l’aereo nello stesso modo di prima.
 
Apprezzerà il sereno in modo diverso, e sarà pronto a gestire le prossime navigazioni difficili, a partire dalla coscienza che la tranquillità non è scontata nè garantita da nessun controllo o statistica. 
 
Sarà anche in grado di distinguere un problema di routine da uno più complesso, mettendo in tutto il suo lavoro grande attenzione.
 
L’essere dei “sopravvissuti” dona allora una marcia in più, quella del coraggio, della consapevolezza ma anche della fiducia nelle possibilità umane di resistenza. 
 
Ma soprattutto sopravvivere insegna a godersi il viaggio, lasciando perdere il conformismo sociale che ingabbia in categorie monotone e asfissianti.
 
Soffrire per il tempo necessario può essere una via per aprire finalmente gli occhi sui colori, per vivere un’esistenza più piena e più vera, aperta a incontri di sostanza basati su arricchenti affinità e non su grigi utili.

Aiuto psicoterapeutico

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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