Ambizione o desiderio autentico?

Spesso si utilizza genericamente il termine ambizione per indicare l'attitudine di un individuo a far emergere la propria individualità in un determinato campo di interesse. Essa si accompagna solitamente al raggiungimento di un riconoscimento da parte dell'ambiente di riferimento, in termini di notorietà, prestigio e valorizzazione economica.

In quest'ottica l'ambizione è associata ad una tendenza 'positiva': la persona ambiziosa non è apatica, si dà da fare, persegue un obiettivo. Appare dunque viva, animata da un sentimento vitale.
Ma siamo sicuri che questa definizione sia corretta? Non scambia un comportamento osservabile in superficie per qualcosa che al fondo non vi ha nulla a che vedere? Non confonde cioè l'attivazione, caratteristica visibile propria dell'ambizioso, con la vitalità creativa, tratto di tutt'altro genere?

Certo, esistono casi in cui la spinta ambiziosa procede di pari passo con quella creativa. Spesso però anche in tali situazioni (in cui effettivamente c'è del talento) il rischio è che la prima assorba la seconda, fino ad azzerarla. Il bisogno di veder riconosciuta la propria persona finisce cioè per prevalere su ciò che si ha da esprimere, impoverendo e svuotando di ogni originalità l'atto soggettivo.

Dunque è essenziale distinguere bene il campo di pertinenza dell'ambizione da quello che concerne invece l'energia propulsiva della passione creatrice.

L'ambizioso intanto può avere o non avere talento. Non è necessario che ne abbia, anzi spesso ciò che lo rende così accanito nel voler emergere a tutti i costi è proprio la consapevolezza di esserne privo, di non averne abbastanza. Egli ha bisogno tout court di uno specchio che gli rimandi un'immagine di se stesso positiva, un'immagine che sente vacillare. L'Altro è quindi ridotto ad uno strumento da manipolare per fini individualistici. La ricerca è di un consenso di superficie non di una stima profonda, perché l'obiettivo non è altruistico, non è la condivisione. L'orizzonte in cui si muove questo soggetto è quello di una rivalità senza fine con l'Altro, che si accompagna al sentimento pervasivo, distruttivo e divorante dell'invidia. Tutto il contrario rispetto ad un approccio vitale all'umano! Il darsi da fare dell'ambizioso è mosso al fondo da una tendenza mortifera, implosiva e sterile. Non a caso spesso si tratta di persone che, pur magari di successo, sono però inconcludenti, litigiose, attaccate ai propri interessi particolari, individualiste nonostante frequentemente esibiscano atteggiamenti altruistici di facciata.

Nell'uomo autenticamente generativo accade invece tutto il contrario. In primo piano si può apprezzare il genuino desiderio di dare vita a qualcosa (qualunque essa sia, un'opera d'arte ma anche un'impresa, un'infrastruttura, una legge) che possa poi portare beneficio, gioia, consapevolezza, bellezza agli altri. Non c'è spinta appropriativa bensì dono dell'opera nei confronti di un anonimo fruitore. Nel vero creativo appare sempre una qualche generosità, una forte quota di umanità. Il riconoscimento che arriva dall'Altro è importante, gratificante in quanto riscontro, ma non è tutto, non è il fine, non è a fondamento dell'azione. Perché questa resta ispirata da un'urgenza di dire, di dare forma, di rappresentare, di far emergere mondi nuovi, linguaggi che partecipano della soggettività di chi li esprime ma che non esauriscono il loro senso in uno sterile intimismo o in una formale adesione a canoni in voga. 

La distinzione tra ambizione e creatività è un passaggio cruciale all'interno di molte psicoterapie, sia con giovani che con adulti. Per i primi essa appare importantissima ai fini della messa a fuoco dei propri talenti individuali. Scelte di vita importanti durante la giovinezza rischiano di essere determinate più da un generico bisogno di riconoscimento che da un contatto profondo con ciò che piace fare, al di là delle ricadute pratiche in termini di successo. Spesso i condizionamenti da parte dei genitori si fanno sentire, così il ragazzo può perdere fiducia nelle proprie possibilità di trasformare un'aspirazione in una realtà che può avere la sua dignità di esistenza se non addirittura enormi potenzialità di riuscita.

Anche gli adulti sono confrontati con la questione, possono rendersi conto di aver impostato le proprie vite a partire da un conflitto piuttosto che da un'alleanza con l'Altro, vivendo in maniera troppo competitiva e non autentica. Molte terapie riuscite 'nel mezzo del cammin' restituiscono un contatto con la parte più profonda e originale di sè, liberando idee e progettualità rimaste troppo a lungo nel cassetto. Ogni uomo, a partire dalla riconciliazione con la sua umanità, può dar luogo a qualcosa di unico, che può essere condiviso e scambiato con l'Altro.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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