Normalità e patologia: quali confini?

È opinione comune associare ad uno stato di "normalità" psichica l'adesione alla realtà, intesa come pacifica accettazione dei limiti imposti dall'ambiente esterno sulle nostre pulsioni e aspirazioni. La stessa civiltà infatti si basa su una quota di rinuncia alla soddisfazione delle pulsioni individuali, in virtù di un bene più grande, l'ordine e la stabilità nel reale.

Tuttavia per l'essere umano non è così immediato aderire al "programma" della civiltà, di per sè necessariamente portatore di una qualche forma di violenza sul godimento del singolo. Qualcosa in lui fa obiezione alla tendenza livellatrice e castrante del "principio di realtà". In ognuno resta cioè l'aspirazione a plasmare ciò che sta fuori a partire dalle proprie tendenze e desideri. Se poi l'Altro ha incarnato una potenza particolarmente schiacciante, capricciosa e traumatica, il distacco può apparire come l'estrema difesa del proprio essere da una minaccia soverchiante, da un dolore intollerabile.

Già Freud parlava di "strapotere dell'Es", per indicare quelle condizioni in cui la realtà viene misconosciuta a seguito della ribellione turbolenta dei moti interiori. Nella nevrosi tale negazione si riduce alla semplice fantasticheria ad occhi aperti, come manifestazione di un ritorno del rimosso. Il nevrotico tende infatti a rimuovere, a rinunciare cioè alla dimensione del sogno in virtù di un adattamento alle esigenze del contesto esterno. Nelle condizioni psicotiche invece l'emergenza espressiva del mondo interno si traduce radicalmente in vissuti allucinatori e deliranti, in netta frattura con la realtà. La mente dà luogo ad una neo realtà, alla ricostruzione dopo una lacerazione avvenuta.

I viaggi mentali più o meno lucidi del nevrotico e perfino le allucinazioni dello psicotico appaiono dunque come modi bizzarri di espressione di qualcosa. Hanno un senso. La psicoanalisi per certi versi mette in questione l'idea che un sintomo equivalga a malattia tout court. Non che la malattia dell'anima venga negata. Essa esiste e comporta sicuramente degli effetti invalidanti nell'esistenza di chi la subisce. Al contempo può però introdurre una discontinuità negli automatismi rassicuranti ma allo stesso tempo accecanti del conformismo e della norma, svelando invisibili verità. Quando poi un disagio si lega ad un qualsiasi talento creativo (pur non essendone assolutamente la causa) o ad una sensibilità particolare, esso in alcuni casi può venir trattato, incanalato in modo fecondo, contribuendo allo sviluppo di opere originali.

Non solo. L'uomo sano è quello perfettamente adattato? Siamo sicuri? L'iper adattamento si configura esso stesso come una malattia. Esistono i così detti soggetti "normotici", anormalmente normali, troppo normali, troppo conformisticamente identificati al loro ambiente. Stanno bene perché tutto quello che vogliono e desiderano si limita a coincidere con quello che possiedono, ovvero con gli oggetti considerati socialmente desiderabili dal gruppo di riferimento: la bella macchina, il vestito giusto, le vacanze appropriate. L'interiorità così collassa per eccesso di uniformità: tutti uguali, tutti esposti al rischio di crollare se vengono meno le certezze che assicurano un'identità condivisa.

Quali sono allora i confini tra normalità e patologia? Chi esplora l'animo umano da vicino si rende conto quanto essi siano sfumati, labili e mai del tutto identificabili e definibili chiaramente una volta per tutte. Nell'ambiente psicoanalitico la questione è dibattuta. Il puro criterio dell'adattamento alla realtà non convince pienamente. Al di là dell'etichetta diagnostica, che informa rispetto a dei fenomeni osservabili, si tende a considerare la persona nel suo complesso. Il nostro cervello è dotato di plasticità, può compensare dei deficit in maniera originale e imprevedibile, può perfino utilizzarli a fini creativi. Si tratta come terapeuti di appoggiare e sostenere l'inventiva individuale, tentando di trovare caso per caso un compromesso possibile con la realtà.

Il dramma, la sofferenza, il dolore di chi è afflitto da una patologia psichica non vengono sminuiti da una visione che ne relativizza la netta distinzione rispetto alla normalità. Anzi: il dolore psichico fa parte integrante dell'esperienza umana della vita. È inaggirabile, connesso com'è sia alla fragilità della materia su cui poggia lo spirito, sia al mistero della morte e alla grande questione del senso ultimo dell'esistenza.

Dunque cos'è normale? Fino a che punto si può spingere la capacità umana di sopportare il dolore mentale? Quando è troppo? Esistono fibre più o meno forti, eventi e situazioni più o meno usuranti. Dietro ad ogni forma di disagio psichico sostano ragioni ben precise che, una volta colte a pieno, rendono intelligibile l'assurdo. Allora, oltre l'apparenza del patologico, emergono verità universali che al fondo toccano tutti, quando visti nella nudità, senza i rivestimenti e le brillanti maschere sociali.

 

Aiuto psicoterapeutico , Psicoanalisi lacaniana

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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