La persona è sempre altro rispetto al suo disagio

Per la psicoanalisi, al pari di ogni vero e interessante approccio all'umano, ogni soggetto sintomatico resta sempre altro rispetto alla sua malattia. La diagnosi è uno strumento utile, di cui il clinico si avvale per classificare, riconoscere e dunque dare un nome al disagio che affligge una persona.

Essa però ha degli evidenti limiti se tenta di forzare in categorie universali qualcosa che sfugge a ogni determinismo, ovvero la particolarità singolare di ciascun essere umano. Le etichette possono essere rassicuranti, permettono di inquadrare il problema e di impostare in modo congruo una terapia. Ma diventano un vero e proprio ostacolo se fanno perdere di vista la globalità del paziente, se cioè si trasformano in pregiudizi.

Allora l'attenzione del curante si concentra a senso unico sui segni della malattia, impedendogli di vedere altro, di cogliere i dettagli, le sfumature, le contraddizioni, la complessità di chi ha di fronte. L'esito è un irrigidimento della terapia: il paziente si sente costretto entro confini troppo angusti, che non lasciano spazio alla sua irregolarità rispetto a qualunque modello. La chiusura o l'abbandono del lavoro costituiscono alcuni possibili esiti.

Già Freud insegnava ai suoi allievi ad accogliere ogni paziente nuovo come se fosse sempre il primo. Li esortava a non barricarsi dietro alla conoscenza e agli automatismi del mestiere. Li invitava a custodire l'ignoranza come condizione essenziale al desiderio di sapere, alla curiosità scevra da sovrastrutture. Cosa metteva di fatto in valore se non la dimensione dell'incontro?

Quando incontriamo davvero qualcuno, non ci limitiamo ad essere degli osservatori distaccati, ma ci lasciamo toccare, raggiungere dall'altro, anche se non parliamo di noi stessi e non facciamo troppe domande. Ci troviamo comunque coinvolti. Ecco, un buon psicoanalista è qualcuno che si lascia avvicinare, pur senza confondersi o perdersi nell'altro. Sa abbandonarsi all'incontro, sa esserne parte attiva, sa esserci senza venir fagocitato dall'emotività che offusca la lucidità di pensiero.

Solo così, dimenticando le teorie, entrando in un contatto vivo con l'altro, è possibile cominciare a capire qualcosa. Non della malattia, non del disagio psichico, spesso evidente all'osservazione, e nemmeno delle dinamiche inconsce sottostanti imparate sui libri (pur interessanti sul piano speculativo). La psicoanalisi è una prassi, una pratica vissuta, non un esercizio mentale. La costruzione di un caso è sempre successiva al qui ed ora dell'incontro tra due esseri umani, che entrano in una relazione di 'transfert' .

Cosa si produce nell'incontro? Se il terapeuta è disponibile ad accogliere, il paziente via via abbatte le difese e comincia a raccontarsi, a svelarsi. Si crea fiducia. Si sviluppa la condizione minima affinché venga fuori il tratto soggettivo dell'altro, senza la paura del giudizio. Certo, una persona che ha patito di un eccesso di giudizio da parte della sua famiglia sarà più guardinga, tenderà a leggere nel terapeuta dei segni di questo approccio giudicante. Ma se la posizione di fondo è all'insegna dell'accoglienza l'apertura, magari ad intermittenza, si produce anche nel soggetto più difeso.

Allora anche la neutralità, il silenzio, il distacco, necessari affinché il paziente non sia passivo, non verrano letti come disinteresse ma saranno ben tollerati, fungeranno da motori per lo sviluppo di un discorso autonomo e consapevole. Dal quale emergerà, come una figura dallo sfondo, lo stampo unico, irripetibile e dai contorni mai del tutto definiti della persona.

È in quello stampo complesso, fatto di debolezze, di fragilità ma anche di originali e non scontate risorse, che gli analisti devono guardare. La teoria eventualmente arriverà dopo a formalizzare con un linguaggio più tecnico, più raffinato, ciò che viene percepito in modo semplice, diretto, non filtrato. Così facendo è possibile non chiudere, non incasellare e lasciarsi sorprendere dal paziente, il vero detentore del sapere, il vero caso unico che sfugge da tutti i manuali.

A questo punto la stessa 'prognosi', ovvero la previsione rispetto alla risoluzione sintomatica o alla possibilità di compenso dopo una crisi, non appare più ancorata all'essenza della malattia, ma si lega alla plasticità e alle risorse di quella persona lì, diversa da tutte le altre portatrici della stessa diagnosi.

Il disagio, visto in quest'ottica, non offusca tutto, non si inghiotte tutta la vita ma lascia, pur entro a volte severe limitazioni, dei margini di libertà, dati dalla non coincidenza totale fra l'essere e i suoi accidenti.

 

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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