Il valore del presente

Il presente solo raramente è del tutto privo di bellezza, ma spessissimo lo sfuggiamo, lo manchiamo perché distolti dalle preoccupazioni o dalle attese, dal pensiero di ciò che intravediamo all’orizzonte come possibile ma che ancora non è qui con noi, oggi, adesso.

Una cura psicoterapeutica dovrebbe nel tempo rendere la persona più in sintonia con le sottigliezze del presente, più aperta alle fuggevoli suggestioni del vivere quotidiano, più a suo agio dunque con l’imprevedibilità del domani.

Ma a partire da quale consapevolezza?

Il circolo vizioso dell’angoscia

Molte delle nostre ansie e insoddisfazioni sono da imputare alla falsa convinzione di poter controllare gli eventi. Certo, molto dipende da noi, dalle nostre scelte e iniziative. Ma poi esiste qualcosa che sfugge, in ogni caso. La psicoanalisi lacaniana lo chiama “reale”, noi lo potremmo definire più semplicemente come il “grande mistero” della nostra esistenza. Perché cadiamo, perché ci ammaliamo, perché ci innamoriamo, perché dobbiamo morire? Perché non sappiamo quando e come accadranno queste cose?

Questo”reale” ci angoscia profondamente, sia quando emerge in maniera eclatante squarciando il velo del nostro tran tran, sia quando più subdolamente si insinua nel quotidiano, come una minaccia all’integrità della nostra immagine ideale, alla solidità delle nostre certezze. La reazione allora è l’intensificazione del controllo, che può sfociare di nuovo in angoscia, in ruminazione mentale, azioni impulsive, bruschi cambi d’umore, lamenti o litigiosità verso l’altro, ritenuto incapace di ripararci dai nostri fantasmi se non addirittura direttamente responsabile di essi.

Tutto ciò finisce per accecarci, per trasportarci cioè in un limbo lattiginoso di pensieri vorticosi. Una “non vita” dai colori sbiaditi che ci fa stare sospesi, facendoci perdere quella pienezza che al contrario potremmo avere a portata di mano, qui e ora, se solo riuscissimo a lasciar andare, a convivere con l’imperfezione e l’incertezza, a venire a patti con la fragilità, la contraddizione e l’ineluttabilità della fine.

Le piccole cose 

Valorizzare le piccole cose, soprattutto nei periodi più complessi, ha in quest’ottica un vero e proprio valore terapeutico, nella misura in cui ci fa percepire nel sangue la vita, il suo gusto autentico, a dispetto di tutto ciò che di negativo ci accade. Un caffè la mattina, l’odore della pioggia, il profilo di una nuvola o di un ramo secco proteso nel cielo sembrano sciocchezze se paragonate ai grandi miti contemporanei. Eppure si tratta di cose nella loro semplicità a portata di tutti, che non hanno prezzo, che sfuggono a qualsiasi logica commerciale o di consumo.

E l’elenco potrebbe continuare, estendersi fino a comprendere assolute banalità come fare la spesa o sfaccendare in casa.

Non si tratta di potenziare un aspetto contemplativo, che magari non tutti hanno nelle proprie corde, ma di riconoscere il valore racchiuso dentro all’insignificanza apparente delle nostre azioni. Esse sono infatti espressione del rapporto con l’altro da noi stessi: abbiamo occhi, orecchie, braccia e gambe per recepire stimoli dall’ambiente e per interagirci e siamo fatti per godere di questo scambio nel momento in cui si verifica, al di là del domani.

Infondo in ogni giorno può essere racchiusa una vita intera, un inizio, uno svolgimento ed una fine.
È la nostra mente che ci vorrebbe infiniti e così, nel rifiuto della finitezza e nella ricerca affannosa della prestanza senza crepe essa si perde, si ammala, si ripiega su se stessa e su quelli che spesso non sono altro che falsi problemi.

L’elaborazione e la guarigione psichica 

Allora i campanelli della presenza del sopracitato “reale”, (sia che esso prenda la forma di un fulmine a ciel sereno oppure quella di uno spettro sempre in sottofondo alle giornate) una volta riconosciuti e parzialmente metabolizzati, possono cessare di disorganizzare permanentemente i pensieri e le azioni. E al contrario farci ridiscendere dal limbo alla terra, alla concretezza dell’oggi, al suo mistero e alla sua bellezza indiscutibili, anche nel bel mezzo del dramma.

Poter tornare o cominciare ex novo a reperire questi frammenti di ordinaria bellezza è di fondamentale importanza in ogni processo di guarigione psichica, dunque in ogni percorso psicoterapeutico che sia autenticamente tale.

Il risveglio alla vita non avviene per la via del successo, del potere o dello splendore della nostra immagine, bensì su quella meno accattivante ma ben più solida della ripresa del puro piacere di respirare.

Ciò non si traduce in disimpegno, in un non fare nulla pigro o rassegnato ma può convivere con l’azione e il rigore consueto. Perché essi ora non sono mossi più dalla vanità ma al contrario dalla modestia, non quella falsa ma quella a cui gli psicoanalisti si riferiscono con il termine di “castrazione”, ovvero la consapevolezza e l’accettazione della nostra condizione esistenziale di misere creature di passaggio.

È possibile un’accettazione così ampia e radicale una volta per tutte? Forse no, ma tentare è d’obbligo, così come lo è alzarsi dopo una caduta pur non potendo avere la certezza di non ricadere più..

 

Tags: Disagio contemporaneo

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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