Il desiderio nella nevrosi ossessiva

Massimo Recalcati, noto psicoanalista e originale interprete del pensiero di Jacques Lacan, nel suo testo "Sull'odio" dedica un capitolo di abbagliante chiarezza alle dinamiche che qualificano la nevrosi ossessiva in rapporto al desiderio.

Ne emerge il ritratto di un soggetto imprigionato, chiuso nella "tana" (di kafkiana memoria) che lui stesso ha edificato per difendersi da ogni mancanza, torturato tuttavia da un misterioso "sibilo" che non lo lascia in pace, esemplificazione di un implacabile ritorno del rimosso.

Appare immediatamente la posizione di rifiuto che l'ossessivo assume nei confronti della mancanza, da intendersi come contingenza della vita, come assenza di garanzie, come imprevedibilità ingovernabile (e inaggirabile), come desiderio che attraversa e vivifica l'essere al di là della volontà dell'Io. Egli questa mancanza, questa divisione fatica a sopportarla, la percepisce come una sorta di attacco all'integrità dell'essere. Allora tutti gli atti sono finalizzati a proteggersi, arrivando a sacrificare (e dunque distruggere) ogni forma di desiderio, il proprio e quello dell'Altro.

Ne deriva, sul piano dell'esistenza del soggetto, una  rigida pianificazione e ritualizzazione della vita, nel tentativo di ricondurla ad un ordine regolare e necessario. I tratti caratteriali sono quelli già isolati da Freud: meticolosità, ostinazione, passione per l'ordine e la pulizia, avarizia, impeccabilità, rigore morale, esaltazione della Legge.

L'ossessivo e la vita amorosa

L'opera di distruzione del desiderio si espande anche nei confronti di quello dell'Altro: la libertà dell'Altro, di per sé inafferrabile, è profondamente disturbante perché riattualizza l'insopportabilità della mancanza. Ecco da dove originano molti progetti di "claustrazione" gelosa della compagna: distruggere la libertà del partner significa renderla dipendente, schiava e gestibile, dunque non più pericolosa nella enigmaticità sovversiva della sua potenza desiderante.

Il sogno dell'ossessivo è quello di dissociare il luogo dell'Altro da quello del desiderio: l'Altro deve essere puro, forte, incorrotto, ideale, in grado di difendere dalla contingenza offrendo una garanzia ultima. Allora le regole, la giustizia formale, il quantificabile ne delineano nettamente  il profilo. Tale necessità di purificazione dell'Altro dal germe del desiderio lo ritroviamo nella vita sociale, ma anche più desolatamente in quella familiare e amorosa. E qui appare tutta la divisione, già descritta da Freud nei saggi sulla vita amorosa, fra l'Altro e il desiderio.

L'Altro assume la forma del partner della famiglia, dell'amministrazione, della vita nel quotidiano, tipicamente la moglie ridotta a madre, senza sesso e senza desiderio. Il desiderio invece si indirizza sotterraneamente verso la donna del godimento (o verso altre forme clandestine di godimento come l'alcolismo, il gioco d'azzardo, la pornografia, il collezionismo ecc...). Anche l'altra donna resta tuttavia una parentesi fuori legge e fuori da un autentico discorso amoroso. Il desiderio, non assumibile pienamente,  si degrada a domanda, all'urgenza del bisogno di un oggetto. Tra i  due, l'Altro e il desiderio, non c'è conciliazione, incontro possibile. Inoltre lo stesso desiderio ne viene fuori sbiadito, ridotto a domanda concreta (e a godimento dell'oggetto) per neutralizzarne il carattere angosciante (strutturalmente il desiderio è senza oggetto, è desiderio di desiderio).

E ancora: entrambe le partner, moglie e amante, vanno incontro alla stessa mortificazione: l'ossessivo alza un muro di freddezza, si lascia assorbire narcisisticamente nel pensiero, ponendo una barriera fra sé e l'Altro, non facendosi toccare, raggiungere nel profondo. Anche quando viene colto dal senso di colpa per la mortificazione inflitta e il suo desiderio sembra finalmente vivificarsi, ecco che il gioco ricomincia da capo.

La genesi dell'impasse

Ma da dove nasce l'insopportabilità della mancanza ed il relativo odio verso il desiderio, da cui derivano tutte queste conseguenze nefaste? Perché il luogo dell'Altro e il desiderio non possono coincidere?

Anche qui è Freud il primo a fare chiarezza, nel momento in cui parla del trauma patito dall'ossessivo nei termini di un piacere eccessivo, indimenticabile  che si è realizzato precocemente in rapporto alla madre. La madre ha esercitato, all'interno di una fusionalità marcata con il bambino, una seduzione ai limiti della perversione. L'ossessivo è stato così il gioiello fallico della madre, con tutto il relativo carico imprigionante di compiacenza verso le sue aspettative.

A tale godimento incestuoso, che fa del futuro nevrotico un piccolo Edipo, ad un certo punto questi deve rinunciare forzosamente  per obbedire alla legge del padre. Avviene allora un'interiorizzazione della legge crudele del Super Io: ne derivano rinuncia, sacrificio ed espiazione morale nel nome dell'ideale. Il godimento viene abbandonato (ma ricordato nostalgicamente) mentre la Legge è erotizzata (sebbene al contempo odiata).

Così il godimento si fissa contemporaneamente sulla trasgressione della Legge e sull'identificazione ad essa. Tale é il dramma nella nevrosi ossessiva: il soggetto è tirato nello stesso tempo in due direzioni opposte: rinuncia! Godi! E  rimane imprigionato, schiacciato e torturato dai sensi di colpa (cosa che al perverso invece non accade).

Gli stessi sintomi ossessivi tengono insieme legge e violazione della legge: le ruminazioni e le idee ossessive sono rimproveri nei confronti del godimento sessuale del soggetto (che ha la sua matrice nel godimento sessuale infantile) mentre la procrastinazione della scelta, il temporeggiare, il rendere "non avvenuto" attraverso un annullamento retroattivo sono spia della paura a compiere un atto fuori dalla garanzia della legge.

In questo scenario la mancanza e il desiderio risultano così insopportabili, perché spingono verso direzioni oscure, imprevedibili, angoscianti, fuori dalla sicurezza della legge e dalle aspettative dell'Altro. La nevrosi ossessiva inchioda all'altalena fra idealizzazione della legge e della morale e spinta alla disubbidienza, alla trasgressione, facendo però  mancare l'appuntamento con il desiderio soggettivo, con la verità del proprio essere.

Quali prospettive

Il desiderio soggettivo, benché sovversivo, non coincide con la trasgressione, con il godimento tout court. Anello di congiunzione fra l'energia della pulsione e l'Altro, rappresenta una pulsazione che può realizzarsi nell'Altro e non per forza contro.

Il desiderio è al fondo una eccentricità interna, una forma di spossessamento rispetto alla cementificazione e alle false sicurezze dell'Io. La complessa sfida nell'analisi della nevrosi ossessiva sta nell'arrivare ad assumerlo questo desiderio, a prendersene su di sé la responsabilità, pur nella sua insubordinazione alla volontà dell'Io.

Il fine ultimo non è arrivare a condurre una vita all'insegna della sfrenatezza o dello sbandamento in antitesi alla rinuncia desolata del rigore e del controllo.

La posta in gioco è piuttosto un'altra: la ricerca, pur nei limiti imposti dal reale, di un accordo con se stessi, con la propria parte vitale, singolare e creativa. Solo così si può intravedere all'orizzonte una qualche liberazione da opprimenti sintomaticità.

Tags: Forza del Desiderio

Cerca nel sito

Seguimi su

Articoli più letti

La psicosi maniaco depressiva e il tempo: una lettura fenomenologica

Eugene Minkowski, medico e studioso appassionato di filosofia, è oggi considerato (assieme all'amico Biswanger) il principale esponente della psichiatria fenomenologica del Novecento.

Mania e depressione: "una mente inquieta"

"Una mente inquieta" è il racconto autobiografico di Kay Redfield Jamison, psicologa americana affetta dalla sindrome maniaco - depressiva (detta altresì disturbo bipolare).È un testo molto interessante, perché coniuga in maniera inedita il racconto dell'esperienza della malattia con le conoscenze scientifiche possedute a riguardo dall'autrice.

Ansia, depressione e sintomi psichici:possibili ricadute sulle relazioni affettive

Spesso chi soffre di un qualche sintomo psichico, sia esso di ansia o di depressione, si trova confrontato con un senso di incomunicabilità in relazione a chi gli sta accanto. I parenti e gli amici frequentemente faticano a comprendere che cosa gli stia accadendo.

Depressione: due effetti opposti

L'effetto più noto e conosciuto della depressione é senz'altro un'importante paralisi di ogni spinta vitale. Il depresso annega lentamente in uno stagno di immobilismo assoluto, che lo rende incapace di muoversi e di portare avanti qualsiasi scelta.

Contrastare la depressione: il potere della parola

Nessun essere umano può dirsi non attraversato da mancanze, insufficienze e conflitti. Nessuno vive una condizione di perenne e permanente completezza, autosufficienza, perfezione. Credere che qualcuno la sperimenti è solo un miraggio della mente. Ferita, lesione, perdita, fragilità sono invece tutti termini che ben descrivono la natura dell'uomo, costitutivamente povera, vulnerabile, alle prese con un mondo che non offre solidi, visibili ormeggi.

La depressione: i benefici della parola

Il discorso contemporaneo, nonostante parli molto di depressione, non la ama per nulla. La considera un deficit, una malattia, qualcosa da estirpare e togliere di mezzo il più velocemente possibile. La medicalizza. Ora, se esistono certamente forme la cui gravità non fa venire nessun dubbio sull' opportunità di un intervento terapeutico diretto e mirato ad un loro alleggerimento, la maggior parte dei casi trattati attraverso la mera via farmacologica in realtà ha migliori possibilità di riuscita con un approccio che integra l'uso della parola.

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

Via della Moscova 40/6 • 20121 Milano
N. iscr. Albo Ordine degli Psicologi 03/8181 • Partita Iva 07679690961

Note legali

Gli articoli, i post, i pensieri in versi e tutti i contenuti testuali originali presenti sul sito sono di esclusiva proprietà della dott.ssa Sibilla Ulivi, ed è vietato copiarli o distribuirli.
Vedi le Note legali.