Il panico e il fallimento delle difese

Spesso vediamo insorgere il panico in persone fortemente legate al raggiungimento di elevati standard qualitativi, soprattutto nel campo dello studio e del lavoro. Di solito le crisi hanno luogo a seguito di un periodo di super lavoro, in cui si è dato fondo a tutte le proprie energie fisiche e mentali. Il panico insorge sia nel caso del raggiungimento dell'agognato risultato, sia in quello contrario dell'insuccesso e della rinuncia.

Che significa allora tutto ciò? Quale verità rivela il panico? 

Non è un caso che durante le crisi si sperimenti la sensazione di essere spossessati da se stessi, di perdere il controllo, di percepirsi senza confini, senza difese, senza immagine. Lo stare male assume il carattere dell'andare alla deriva, dell'aver perso tutti i punti di riferimento che orientavano la navigazione. Ecco che allora emerge il bisogno di avere accanto a sè qualcuno che offra delle rassicurazioni, un accompagnatore. 

Il panico segnala allora una verità profonda, che le difese costituite dall'iperattività e dal perfezionismo cercavano di nascondere. D solito chi cerca di raggiungere l'eccellenza sottoponendosi a sforzi esagerati  tenta di conquistarsi un'immagine positiva. Che però, essendo rigidamente  ancorata al risultato raggiunto, è per sua natura instabile; sia nel momento del successo che in quello del fallimento può venire meno. Nel primo caso perché bisogna rimettersi subito al lavoro per mantenerla, nel secondo perché non si è stati in grado di raggiungerla. 

Questo venir meno dell'immagine narcisistica, idealizzata  di sè dà luogo al panico: emerge cioè un senso di nullità esistenziale coperto dall'immagine, viene fuori una vacuità identitaria nascosta dietro a baluardi difensivi, molto spesso eretti per tentare di differenziarsi da un genitore troppo intrusivo o al contrario costruiti proprio per andare incontro alle sue aspettative.    

L'incertezza rispetto a chi si è emerge in tutta la sua potenza e drammaticità. Tale immaturità sul piano della differenziazione autentica dall'altro spesso è mascherata da un'apparente indipendenza e autonomia. Usate per lo più come schermo che copre profondi sentimenti non elaborati di dipendenza e di assoggettamento all'atro, frequentemente la madre.

La madre classica del soggetto sofferente di attacchi di panico tende ad essere una che soffoca, che imprigiona, che non permette la separazione. Non tanto su un piano manifesto  (spesso sono madri molto libertarie a parole), quanto su uno più nascosto. Oscuramente il figlio si sente come tirato da lacci invisibili, di cui talvolta fatica addirittura a riconoscerne le tracce.  In tutto ciò il grande assente risulta essere il padre, spesso sottomesso a sua volta  più o meno palesemente al dominio della moglie. La sua figura ne risulta così svalorizzata, la sua parola non ascoltata, non tenuta in degna considerazione.

 Può accadere pertanto che i figli crescano in balia della legge materna, che non garantisce quella distanza minima, quella libertà per sviluppare una identità profondamente autonoma e matura. Al suo posto possiamo avere dei posticci, delle protesi narcisistiche, che possono però ulteriormente ingabbiare e collassare, portando così fino al crollo segnalato dal panico. 

Lo sforzo di superare certe crisi non andrà allora diretto esclusivamente su un piano pratico. Non si tratterà di aggiustare la macchina prestazionale inceppata, di far ritornare al loro posto le difese. La via giusta è quella di provare a convivere con il vuoto e la fragilità portate a galla dal panico e lavorare da lì per far emergere qualcosa della propria soggettività più autentica, al di là delle maschere e dei camuffamenti.

 

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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