Angoscia o attacco di panico?

L’angoscia colpisce tutti gli esseri umani, nessuno escluso. Non va confusa con il panico, in cui predomina la sensazione del completo fuori controllo. Nell’angoscia non siamo pienamente vinti, soverchiati dalla paura di impazzire come invece accade nel panico. Ci sentiamo piuttosto in attesa, nelle vicinanze di un pericolo imminente dai caratteri non ben definiti.

L’angoscia ci inquieta perché mina il senso di certezza su cui normalmente facciamo affidamento. Introduce un vacillamento nel modo in cui di solito leggiamo la realtà e vi ci accostiamo. Ci confronta con un’estraneità, che può persino assumere le sembianze di un non riconoscimento di noi stessi. Durante lo stato angoscioso può capitare di vedersi da fuori, di percepire un senso di distacco rispetto alla nostra identità. Di avvertire uno spossessamento da noi stessi.

Cosa provoca questo stato di cose? Si tratta davvero di un’esperienza così negativa sebbene indubbiamente spiacevole?

Tipicamente ci angosciamo in situazioni che ci mettono alla prova. Un esame, un discorso pubblico, lo sguardo di una persona che ci piace. Ma anche la scoperta di una malattia, un intervento chirurgico, una brutta notizia, un incubo notturno. Il tratto comune a tutte queste circostanze è l’emergere di un elemento inconsueto, con cui non abbiamo dimestichezza nella vita di tutti i giorni. E che riguarda la possibilità della morte o della sessualità.

L’irruzione di questi due elementi sulla scena provoca spaesamento, perdita di riferimenti. Mostra il carattere illusorio dell’immagine di noi stessi e del nostro mondo. Squarcia il velo con cui ci difendiamo dall’incontro con quello che Lacan chiama Reale. Il Reale è fatto per l’appunto di sessualità e morte. Due forze che non possiamo controllare ma che ci illudiamo non esistano, che teniamo fuori dalla porta del nostro universo di immagini lisce e senza sbavature.

Vista così allora l’angoscia non è del tutto negativa. Chi vuole davvero conoscere se stesso è bene che provi un po’ di angoscia. Che sperimenti la perdita di controllo che implica. Che viva la perdita di identità che porta con sé. Infondo scoprire di essere altro rispetto all’idea che ci siamo fatti di noi stessi comporta un passo avanti verso l’autorealizzazione. Si tratta di un rovesciamento di prospettiva che può avere degli effetti di risveglio. Farci focalizzare meglio ciò che vogliamo davvero dalla vita, farci avanzare nella conoscenza radicale di noi stessi e dell’esistenza.

Il problema dunque non risiede tanto nell’angoscia quanto nella sua non accettazione come evento che sbalestra le nostre certezze. E’ dal rifiuto dell’eventualità di poter essere disarcionati dal nostro cavallo che si sviluppano le fobie, le ansie da prestazione, le preoccupazioni su cosa può pensare l’altro di noi.

L’angoscia ci ricorda che siamo una ben misera cosa. Ci fa vivere una condizione di inermità che ci siamo lasciati alle spalle con l’infanzia e che vorremmo non incontrare più. Ma nello stesso tempo ci apre gli occhi sul Reale. Offrendoci così la possibilità di imparare a farci i conti.

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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