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Perché coltivare le passioni?

 Un fenomeno frequente di malessere psicologico consiste nella perdita della capacità di godere pienamente e creativamente del tempo a propria disposizione.

Il vuoto e il riempimento compulsivo

Tale apparente ”svogliatezza” resta come un sottofondo durante le ore di lavoro (che sembrano non finire mai), mentre nel tempo libero si manifesta come volontà di distrazione, volontà di spegnimento o di riempimento compulsivo.

Una volta cessate le attività “obbligatorie” le persone oggigiorno o non sanno più cosa “fare” (la fine della giornata o della settimana lavorativa le lascia troppo spesso svuotate e senza forze) oppure si lanciano senza freni in ulteriori catene di montaggio (supermercati, negozi, palestre affollate ecc…).

Il tempo “vuoto” si trasforma così in qualcosa da riempire: le commissioni, le spese, la palestra, persino le uscite con gli amici diventano parti di liste da spuntare. E al termine della “ricreazione” ricompare la stessa sensazione di nullità e di stanchezza da cui si voleva sfuggire.

Si capisce allora come la necessità di “distrarsi” dalla pesantezza del lavoro tramite divertimenti che hanno alla loro base il consumo (e dunque la passività) sia figlia di un sistema sociale che, lungi da averci liberato dalla schiavitù, ha introdotto nella nostra esistenza nuove e accattivanti dipendenze.

Il lavoro più o meno di prestigio ma che non piace granché (svolto per lo stipendio) rappresenta un vero e proprio depauperamento energetico di cui è vittima una fetta enorme di popolazione.

Quando infatti l’attività lavorativa mette in gioco la mente motivandola ad imparare e gratificandola con stimoli nuovi, il tempo non si limita a essere impiegato ma viene “vissuto”, regalando la percezione di una crescita personale.

Chiaramente l’aspetto routinario è presente in tutti i lavori, anche in quelli più stimolanti, ma quando esso concerne l’80 o il 90%  di una giornata produttiva l’effetto depressivo è assicurato.

In questi casi diventa notevole lo sforzo di trasformare il proprio tempo libero in qualcosa di fertile e vitalizzante; mediamente le persone, pur animate da buoni propositi, una volta terminato lo strazio finiscono per lasciarsi andare al divano, al cibo,  alla televisione o allo shopping.

Viviamo dunque in un mondo che sostiene e fomenta il bipolarismo psichico, l’alternanza cioè di stati depressivi e maniacali (in psichiatria é noto come l’ agitazione euforica della mania sia una forma di autocura che la mente produce per tenere alla larga la depressione).

Nutrire l’anima con soddisfazioni non materiali 

Come non soccombere a tale appiattimento? Come non abituarsi a essere preda di sentimenti di vuoto e come disintossicarsi dalla pessima abitudine di accumulare cose e cose da fare? Come non regredire a esseri che conoscono ormai solo noia e frenesia?

L’ideale sarebbe non smettere di coltivare un progetto alternativo al lavoro abituale. Studiare qualcosa di nuovo che piace e appassiona, dedicarci del tempo, prendere magari delle lezioni.

Possono essere le lingue straniere, uno sport particolare, il giardinaggio, la cucina… Non necessariamente cose difficili, ma cose che implicano una progressione, un avanzamento, una crescita e infine una qualche, imprevedibile ricaduta pratica.

Oggi abbiamo bisogno di vivere l’esperienza della soddisfazione non materiale, da cui possono scaturire nuove possibilità future non pianificate freddamente a tavolino.

Recuperare il piacere di dedicarsi a qualcosa per il solo gusto di farla, senza spaventarci o inibirci perché magari dovremo fare anche un po’ di fatica, può aiutare davvero a contrastare il senso dilagante di vacuità.

Imparare cose nuove inoltre non coincide piattamente con l’impadronirsi di una tecnica fine a se stessa; gli strumenti acquisiti possono essere modulati e utilizzati a nostro piacimento, per creare nuove situazioni ed esperienze di vita che vanno un po’ fuori dai soliti binari.

Tutto ciò ci può aiutare a restare svegli e vigili, nonostante gli inevitabili abbruttimenti della vita moderna.

Non si tratta di rifiutare in blocco l’offerta del mercato dei divertimenti e dei consumi, ma di limitarne l’invasione in favore di nutrimenti per lo spirito.

Uno spirito che si nutre di cultura (qualsiasi essa sia) difficilmente si ammala, o quantomeno può trovare degli strumenti che lo aiutano a mantenersi a galla con gentilezza.

In un mondo che sembra obbedire ciecamente allo “spendo dunque sono” la vera rivoluzione salvifica è coltivare l’essere e con esso la felicità senza prezzo di apprezzare il tempo vissuto.

Disagio contemporaneo

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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