Il malessere invisibile

Molta parte dei malesseri psichici resta invisibile agli occhi di osservatori poco attenti o semplicemente impauriti da quello che potrebbero scoprire in primis in se stessi.

Amici e familiari (e talvolta persino gli stessi curanti)  possono non cogliere la gravità sottostante ad un lamento protratto, ad una perenne svogliatezza, ad un alterato rapporto con il cibo. Accorgersi che il proprio caro sta male sul serio manda in crisi.

Scissione e proiezione

Da un lato, latente, il senso di colpa. Inconsciamente chi si trova vicino a una persona che soffre sente di aver fatto qualcosa che può aver contribuito all’instaurarsi o al perpetrarsi delle sue  difficoltà. Tuttavia nella maggior parte dei casi non è disposto a mettersi in discussione, ad andare a vedere, a cogliere il proprio contributo nell’esplosione di un figlio o nell’abbandono di un compagno esasperato.

Tale  non volontà di indagare in  se stessi si spiega con un’impossibilità a riconoscersi a propria volta in difficoltà; un certo assetto psichico stabile è stato raggiunto, non importa se patologico. Se regge va bene così, perché metterlo in discussione rischiando di crollare?

Per cui familiari che hanno un atteggiamento simile di chiusura anziché reagire al problema dell’altro ritrovandolo identico nel suo nucleo  in se stessi, lo scindono e lo proiettano, ripulendo così la propria anima (tornata allo stato di purezza) e collocandosi nel luogo della “normalità”.

Si spiega allora perché fiocchino consigli, incitamenti, se non addirittura  critiche, giudizi,  rimproveri e veri e propri attacchi. “Tirati su, ora mangia,  dai retta a me, sei un buono a nulla, se continui così non ti faccio più fare questo o quello, sei un bugiardo, dimmi cosa vuoi, non sei mai contento, hai tutto quello che si può volere  ecc...” sono alcuni esempi dello stile di comunicazione risultante dall’eradicazione di ogni consapevolezza personale profonda.

L’evidenza viene mantenuta come unico parametro di misurazione del reale.”Sei di bell’aspetto, sei intelligente, hai tanti amici, non ti facciamo mancare nulla, di cosa ti lamenti ?” . Le problematiche del proprio caro sono in quest’ottica frutto di scarsa volontà, di capricci, di infantilismo, tutti atteggiamenti da contrastare aspramente, da raddrizzare, o nel migliore dei casi da tollerare amabilmente sperando che passino.

Così facendo la disperazione retrostante alla così detta “pigrizia”, oltre alla  condizione di invisibilità guadagna pure quella di colpa, peraltro già presente nell’humus  depressivo di cui si nutrono i sintomi.

In più chi soffre impara a nascondersi, a mimetizzarsi, a non lamentarsi nemmeno più. Una maschera di felicità apparente finisce per nascondere abissi insospettabili.

I rischi della sottovalutazione

Oltre  ai familiari anche  gli stessi psicoterapeuti possono sottovalutare il malessere dei loro pazienti. Quando ciò accade significa parimenti che essi stanno scindendo parti di sè che per qualche ragione non vogliono vedere e che per qualche motivo il paziente presentifica.

La sottovalutazione è rischiosa perchè finisce inevitabilmente per fare appello alla volontà, all’ubbidienza, alla compiacenza. “È solo un lamento, non mi creare problemi, guarisci per me, o collabori e guarisci o vai da un altro” è un messaggio che sottilmente può passare e che può fare danni.

L’impotenza è un sentimento che i curanti  conoscono bene ma, se ben preparati e attrezzati sul piano psicologico, sanno essere il risultato di un fantasma di guarigione, fondato a sua volta sulla non accoglienza della malattia di se stessi.

Il balsamo dell’accoglienza

La missione ultima è si “essere balsamo di molte ferite”, ma non nel senso di impersonare una pozione magica che annulla i mali, che ristabilisce gli equilibri persi e riconduce sulla via della felicità.

Il terapeuta é qualcuno che non odia il disagio, che non detesta la malattia, che ha simpatia per la diversità, che non ha in mente un mondo ideale di normalità. C’è una gentilezza verso il diverso che nasce dall’aver preso in carico come primo paziente la propria irregolarità.

In certi casi, che il clinico deve saper riconoscere, i farmaci hanno un ruolo nell’alleviare la violenza dei sintomi, pur non costituendo da soli un’arma terapeutica efficace. La loro forza infatti si iscrive soltanto all’interno di una relazione terapeutica che tiene conto anche dell’insopportabilità del dolore psichico, della sua incomprensibilità e impermeabilità alla parola.

Quando una terapia ha successo?

Difficile dirlo, in generale ogni volta che qualcuno riesce a fare qualcosa con la propria malattia e non contro di essa. Quando si ripulisce dagli ideali imposti dall’ambiente e usa la propria disperazione e la propria stramberia  per dare un qualche contributo, anche modesto, nella comunità.

Male oscuro

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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