Perché è così difficile curare la nevrosi ossessiva

I pazienti che patiscono di nevrosi ossessiva generalmente chiedono aiuto solo quando parte del controllo che esercitano in maniera ferrea nelle loro vite ad un certo punto salta o viene pesantemente minacciato da qualcosa, da un evento, da un incontro.

Egosintonia

Se non si verifica questa condizione di lacerazione dell’ordine stabilito  è raro che gli ossessivi arrivino da un analista, nella misura in cui il loro disturbo è prevalentemente “ego sintonico”,  ovvero non percepito come fastidioso. Sono per lo più i familiari o gli amici a rimandare che qualcosa non va, disorientati dalla rigidità, dalle improvvise freddezze, dai cambi d’umore o dalla condotta tendenzialmente contraddittoria e insondabile del loro caro. 
 
Per quanto riguarda la visione che l’ossessivo ha di se stesso egli si giudica sì severamente (cosa che peraltro fa anche con gli altri), tuttavia ritiene di non essere eccessivamente critico ma semplicemente “giusto”. I suoi standard sono molto alti in tutti i campi, chiede moltissimo a se stesso e così facendo sistematicamente ottiene risultati sopra la media in qualsiasi attività a cui si dedichi con passione. È sempre molto corretto e compiacente verso l’altro, da cui si aspetta sempre un complimento ed una convalida al suo essere così “bravo”. Il sacrificio è la sua bandiera, i piaceri sono rimandati, banditi oppure ricercati di nascosto, senza farsi vedere, sempre comunque adombrati da un senso di colpa inaggirabile.

Quando la  crisi?

Dunque la crisi arriva nel momento in cui questo soggetto così a posto, così  corretto,  così impeccabile incontra una forza  che manda in cortocircuito i suoi schemi mentali. Questa forza per lo più proviene dal soggetto stesso e non è silenziabile in nessuna maniera. Essa non è di natura intellettuale bensì pulsionale. 
 
Inizialmente l’ossessivo tenta di sbarazzarsi della pulsione nei soliti modi, appellandosi alla sua parte razionale e ai suoi principi etici. Ma se la forza si dimostra di una certa intensità e l’ossessivo comincia a “desiderare” (magari per la prima volta in vita sua) le cose si mettono male.   Si palesa allora un corteo di comportamenti e pensieri  strani, sintomatici, volti ad annullare, a rendere non avvenuto l’incontro con quella parte di sé così “irregolare”. Anziché accoglierla e problematizzarla (come farebbe un soggetto non troppo  nevrotico) il nevrotico possessivo ormai scatenato punta a cancellarla tramite fughe, rituali, formule magiche, pensieri ossessivi,  azioni coatte. Egli, per nessuna ragione, intende esporsi al rischio di andare a vedere di cosa si tratta.
 
Alla base di tale impossibilità Freud rintracciava l’esistenza nell’inconscio di questi soggetti di un odio mortale nei confronti del detentore della legge, sempre inconsciamente  identificato come un ostacolo inaggirabile ai propri desideri. Il problema non sarebbe per Freud l’odio in sè nei confronti di qualcuno che pone dei divieti (tipicamente il padre) ma il suo statuto inconscio, non riconosciuto, non accolto e integrato nella coscienza. Come scheggia “impazzita” tale odio reattivo alla repressione da parte del padrone della vitalità, della  sessualità ( e per certi versi della soggettività più radicale del futuro ossessivo)    non riconosciuto  viene trasformato in superficie  in amore, in obbedienza, in oblatività e correlativamente in aspro giudizio verso quelli che vengono bollati come trastulli o pulsioni devianti.

Difficoltà terapeutiche 

Ai fini della terapia appaiono chiari a questo punto due elementi. 
 
Primo, l’ossessivo è qualcuno che esercita una violenza ai danni di se stesso diventando servo dell’altro; siccome non può silenziare del tutto i suoi impulsi (che benché rimossi tendono a tornare) è costretto ad inasprire la repressione, fino alla follia. Oppure, se più evoluto,  trova degli escamotage per godere almeno un po’, ovvero  di nascosto. Ci pensano però i sensi di colpa a farlo tornare sulla retta via, ovvero su quella della volontà dell’altro. Avendo una morale tutt’altro che lassa non  riesce a vivere nell’inganno e nella menzogna. 
 
Non bisogna quindi scambiare l’ossessivo per un violento o un sadico perverso; i suoi scoppi di rabbia improvvisi e immotivati  (proprio in lui, così morigerato) sono uno sfogo direttamente nel reale (un agito a tutti gli effetti) dell’odio non sottoposto ad elaborazione. Una sorta di pentola a pressione, che ogni tanto deve rumorosamente sfiatare per caricarsi poi nuovamente di tensione. La rabbia va dunque accolta come esigenza legittima  e  contenuta senza assolutamente cadere nell’errore di reagire ad essa. Frequentemente lo stesso terapeuta é oggetto di attacchi aggressivi, per via della posizione in cui suo malgrado viene collocato, ovvero quella del padrone. 
 
Il secondo elemento importante riguarda l’assoluta incoscienza da parte del paziente rispetto ai propri meccanismi. Tutto si gioca su un piano inconscio. Egli, anche quando ci descrive puntualmente tutti i suoi patemi e stati interiori, di fatto è cieco rispetto al motore che tiene viva la nevrosi. 
 
Le spiegazioni o interpretazioni razionalizzanti a nulla servono. Abbiamo un bel da farci a rendere edotto il paziente che tutto dipende dall’odio non elaborato verso il padre. Se quest’odio egli non lo incontra direttamente, non lo sperimenta, non ne viene toccato evocarlo sul piano astratto non ha nessuna ricaduta francamente  terapeutica. La terapia scade al livello di gioco intellettuale o di intervento pedagogico, in cui le domande verso l’analista si fanno sempre più serrate con il risultato di farlo lavorare al posto del paziente. 
 
Che fare? Jacques Lacan (contrariamente rispetto a Freud caduto più volte nel tranello dell’intellettualizzazione) suggeriva di non compatire per nessuna ragione questi pazienti, di non rispondere minimamente alle loro domande angosciate. Per lui era importante che l’analista si mantenesse vivo, a dispetto della volontà inconscia del paziente di vederlo morto. 
 
Il transfert negativo avrebbe offerto così una chance di incontrare in presa diretta l’odio tanto rimosso verso il padre che gode a dispetto del soggetto.  Ma come evitare che tale incontro porti ad un abbandono della terapia? Ad una riedizione della fuga originaria? 
 
Intellettualizzazione  e drop out costituiscono le due depressioni nelle quali si affossa ogni anelito di cura. Meglio saperlo fin dall’inizio. Se il primo rischio è il più semplice da scongiurare aiutandosi con il silenzio e favorendo il discorso del paziente (in modo che sia lui a produrre finalmente  qualcosa di autenticamente proprio) il secondo è più difficile da trattare. Non sempre ci si accorge di un transfert negativo, ben mascherato da quello idealizzante. Bisogna dunque supporlo  operante fin dall’inizio, nonostante l’amore manifesto. 
 
Forse le terapie che superano lo scoglio dell’abbandono e che toccano qualcosa di reale sono quelle in cui l’odio può venire tollerato e  trattato perché nel corso del lavoro terapeutico   si è “impastato” con l’amore. Il paziente cioè riesce a portare l’ambivalenza su un piano conscio, sente finalmente  nella sua carne, nella sua anima due spinte contrastanti verso la stessa persona, senza più bisogno di scinderle rigidamente. Tale contaminazione a cascata rende superflua o meno intensa  la difesa verso il mondo pulsionale, creando le condizioni per un incontro con il desiderio,  un cauto e progressivo abbandono  ad esso. Il luogo dell’ideale è contaminato dal reale e va bene così, non siamo perfetti, non siamo macchine, siamo umani. 
 Ancora una volta curiamo innanzitutto con l’amore, evocando Eros, portandolo nelle vite desertificate dei nostri pazienti. 

Nevrosi ossessiva

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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