La patologia del lamento

Non esiste psicoterapia senza lamento. Fatto ovvio, scontato. Chi chiede aiuto sta male, chi sta male si lamenta. Il lamento tuttavia può essere transitorio, legato a fatti oggettivamente traumatici,  oppure cronico, andando a costituire una vera e propria patologia ai limiti della trattabilità.

Il lamento transitorio

A tutti può capitare una giornata difficile o un periodo  complesso in cui prevalgono sensazioni di abbattimento e di infelicità. Come si sa vivere non è facile, i problemi che possiamo incontrare nel nostro percorso a volte mettono davvero a dura prova persino  le personalità più forti.

In questi casi il lamento ha una sua giustificazione e una precisa  funzione; oltre ad essere direttamente connesso a fatti di un certo impatto emotivo permette di esteriorizzarne gli effetti patiti interiormente.

La sofferenza, espressa liberamente  tramite la parola ad un altro essere umano, incontra il sollievo della comprensione empatica, stemperandosi.

Liberi dalla sua morsa si può tornare a pensare lucidamente e costruttivamente, inquadrando i problemi nella loro corretta prospettiva e mobilitando le energie mentali per fronteggiare l’emergenza.

Questo tipo di lamento risponde quindi positivamente all’ascolto. L’accoglienza dà un posto al dolore, lo legittima, lo riconosce. Così ne riduce la portata, limitandone  l’invasività  e la distruttività. La persona, sentendosi profondamente capita nei suoi sentimenti luttuosi e di impotenza , può così depositarli fuori da sè, lasciarli andare.

Una volta prodotta tale disidenficazione la via è aperta ad un lavoro psichico più sofisticato, sullo sfondo di una rinnovata positività e fiducia. La persona piano piano torna protagonista della sua vita, si mette in discussione senza mortificarsi, valutando lucidamente i propri limiti e trovando modi per superarli (dove possibile)  o di aggirarli.

In una parola il paziente capisce quanto siamo tutti quanti in larga misura artefici del nostro destino e si rimbocca le maniche, senza indulgere in autocommiserazione.

Il lamento cronico

Un discorso a parte merita il lamento così detto “cronico”, intrattabile, non scalfibile attraverso alcunché. Questa modalità d’espressione può sulle prime essere scambiata da un curante non esperto per una richiesta di aiuto di spessore. Il tempo gli mostrerà il contrario, ovvero un immobilismo impermeabile a qualsiasi parola, atto, persino a qualsiasi dimostrazione di insofferenza da parte del terapeuta stesso.

È bene dunque che egli capisca velocemente la stoffa di cui è fatto il lamento del suo paziente, in modo da limitarne  il più possibile gli effetti di pietrificazione.

Quale atteggiamento mentale pertiene al lamentoso cronico? Perché non può uscire dai suoi meccanismi? Che gusto ci prova?

Di solito si tratta di persone che tendono a identificare la causa dei loro malesseri mai in se stessi ma a senso unico negli altri, nella sfortuna, nella malattia della società ecc...Il problema nasce quando hanno parzialmente ragione, quando cioè sono effettivamente vittime di circostanze ambientali. Peccato che non riescano a vedere come siano stati proprio loro stessi a mettersi nelle situazioni che non accettano, per via di meccanismi che, se indagati, potrebbero dar loro delle marce in più per evitare di cacciarsi nei guai.

Guardarsi con uno sguardo benevolo ma al tempo stesso spietato per questi soggetti è semplicemente  impossibile. Farlo comporterebbe probabilmente un qualche crollo, da cui la psiche si difende attraverso un massiccio ricorso alla proiezione.

La grandissima quota di rancore e di ostilità che i lamentosi  provano nei confronti del mondo ad un certo punto viene  pure riversata sulla figura del terapeuta, anch’egli identificato come il responsabile dei mancati miglioramenti.

Ciò che viene cercato in terapia  non è la comprensione umana del dolore, non l’interlocutore attento e sensibile a raccogliere lo smarrimento e la vulnerabilità di un’anima in difficoltà.  In tal caso  saremmo in un’altra logica, in cui il terapeuta sente che qualcosa sta accadendo  con il suo paziente sul piano dell’amore di transfert. Sentimenti positivi si coagulano attorno alla parola che trova un ascolto. Sentimenti di rispetto, la volontà di non distruggere il proprio terapeuta, il desiderio di volerlo preservare. Una sorta di pudore, di delicatezza, di riguardo.

Nelle situazioni descritte il curante al contrario viene preso per una vera e propria “discarica” emotiva. Lui deve stare lì fermo ad ascoltare, poi magari deve anche dire cosa fare (per essere accusato successivamente di inadeguatezza) fare domande, interessarsi e non contrariare mai ciò che viene detto.

L’aspettativa del lamentoso cronico è di essere amato senza però al contempo amare colui da cui si attende amore. Ne deriva un aggrapparsi convulso, come di lattante avido di latte e pieno di rancore verso il seno che nutre.

Lo stile di attaccamento transferale di questi pazienti riflette in maniera abbastanza fedele ciò che hanno vissuto in relazione alle figure di accudimento dell’infanzia, tappa della vita mai del tutto superata.

Come trattare tutto ciò resta appannaggio  dell’invenzione individuale di ogni singolo terapeuta alle prese con il suo caso, anch’esso  sempre unico. In linea generale è bene sviluppare una sensibilità già nei primi colloqui rispetto alla tendenza evacuativa citata, in modo da non fomentarla attraverso un uso inappropriato dell’empatia e da smarcarsi dalla posizione annichilente di preda del vampiro.

Un certo distacco, garbato ma fermo,  può aiutare nel presentificare al paziente qualcosa dell’ordine della frustrazione, nella speranza che egli riesca a vederla e a trovare la via per metterla in parola in maniera nuova.

Aiuto psicoterapeutico , Guarire dai sintomi

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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