L’odio femminile per il corpo

Il rapporto che una donna intrattiene con il proprio corpo non è mai del tutto sereno, anche quando esso rientra nei canoni di bellezza oppure è oggetto di ammirazione da parte dell’altro.

Le giovani donne sono quelle maggiormente  esposte al fenomeno della distorsione dell’immagine esteriore, mentre la maturità può coincidere con una riappropriazione più piena della femminilità, al di là dello sguardo che indaga e che giudica. Il corpo può essere finalmente  “sentito” piuttosto che visto, dunque amato nella sua “mancanza” anziché costretto in schemi impietosi e senza vita.

Immagine e corpo pulsionale

Il problema sembra quindi legato all’esistenza di qualcosa che non si integra completamente nell’immagine. Anche quella più perfetta o desiderabile non riesce a ricoprire del tutto nel suo involucro  il corpo pulsionale, corpo senza immagine, fonte di sensazioni forti e non sempre gestibili.

Coincidere con l’immagine dunque non si può, essa sfugge, resta per gran parte estranea rispetto al vissuto. Da un lato stabilizza, dà  forma, consistenza, permette l’identificazione in qualcosa di tangibile e dai contorni definiti. Dall’altro innesca un rapporto “rivaleggiante” con il proprio doppio, sentito come avulso, irraggiungibile se confrontato con l’oscurità enigmatica e senza contorni del corpo pulsionale.

La difficoltà con le pulsioni è ciò che si cela davvero dietro alle problematiche con l’immagine. Accusandola  di imperfezione la donna trasferisce su di essa il vissuto di inadeguatezza nei confronti dei moti pulsionali propri ed altrui, fonte di profonda  angoscia.

Inasprire la lotta con il corpo per renderlo liscio, magro (e quindi per smussarne le forme femminili) , ha il senso di voler silenziare la sessualità vera, sublimandola in un’apparenza eterea o comunque senza “macchie”.

Veri e propri caratteri sessuali femminili (pancia, fianchi, un po’ di cellulite) sono demonizzati dalle giovani donne (così come dal discorso contemporaneo che tende a proporre immagini sempre più unisex) spaventate dal mistero della loro carne. Se sono carne l’altro mi potrà mangiare? Se il mio stesso corpo mi invia sensazioni di natura erotica, imprevedibili, inspiegabili e soverchianti quali sono i miei confini?

Senza confini

La sessualità femminile infatti non si localizza preferenzialmente  in un’organo, come quella maschile (anche se vi sono uomini che sperimentano la sessualità in maniera altrettanto “oceanica” al pari delle donne), ma circola, si diffonde in tutto il corpo. Le sensazioni di natura sessuale si situano a fior di pelle, nella mente, nelle viscere, rompono gli argini tra interno ed esterno e portano quando va bene a comunioni estatiche con il tutto, quando va male a disorientamenti, cadute, sbandamenti, perdita di identità.

Non a caso “debacle” in campo amoroso sono in grado di scatenare lotte furibonde con il corpo, diete drastiche, regimi sportivi massacranti, operazioni volte a estirpare, estrarre la sessualità vissuta come vulnerabilità. La ricerca di un corpo “di marmo”  vorrebbe dar luogo ad un ispessimento che non lascia passare emozioni, una sorta di scudo di guerriere ferite.

Riconciliazione col femminile

Ciò spiega perché essere amate, ammirate, viste è del tutto insufficiente a smorzare il rifiuto del corpo. Il punto a tal proposito non è trovare uno specchio che “tiri su” narcisisticamente, dunque un ammiratore, ma imparare a sostenere l’emergenza pulsionale, entrarci in contatto con consapevolezza (preferibilmente all’interno di un contesto amoroso in cui il maschio mostri autentica simpatia e gentilezza verso la femmina).

Si capisce allora come la maturità possa essere un momento di riconciliazione con il femminile, sempre che si verifichi l’incontro con la propria vera  pulsionalitá e non,  come spesso accade, con il mero apprezzamento dell’uomo, ridotto a specchio, a puro sostegno delle insicurezze femminili.

Il trattamento analitico, se riesce a creare un varco nei silenzi imbarazzati e ad agganciare la vera questione in gioco (quella  sessuale), consente di mettere in parola il disagio relativo alla sessualità. Frequentemente,  dietro alla disinvoltura ostentata in campo sessuale, si celano blocchi e frigidità di difficile ammissione anche in terapia.

Se al “tutto alla grande” (maschera così adesivamente  incollata da ingannare anche chi la indossa) si sostituisce l’ammissione della pena sofferta, allora qualcosa comincia a muoversi. La castrazione viene riconosciuta e nel tempo finalmente “assunta”.

Solo a quel punto, dando spazio alla corrente viva del desiderio, altri invisibili corpi possono  risvegliarsi, liberando dalla tirannia del “liscio e perfetto” .

Come troviamo nei versi di Octavio Paz “ le mie mani/ aprono la cortina del tuo essere/ti vestono con altra nudità/scoprono i corpi del tuo corpo/le mie mani inventano un altro corpo al tuo corpo”

Rapporto uomo donna

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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