Capitalismo e primato della scienza. Quali ricadute sui nostri sintomi oggi?

Regime capitalistico e primato della scienza in ogni ambito esistenziale hanno delle ricadute importantissime sul modo in cui le persone esprimono la sofferenza psicologica. Perché? Come possono dei fenomeni sociali influire sulla psiche?

Innanzitutto è bene chiarire un fatto: la mente umana non funziona a prescindere dall’ambiente che la circonda. Non ne è del tutto schiava, ma nemmeno la possiamo considerare impermeabile. Gli usi e i costumi che caratterizzano una determinata epoca storica imprimono il loro marchio su tutte le modalità di espressione e di condotta umane, dunque anche sul disagio.

Il discorso del capitalista incide nella misura in cui tende a trattare la mancanza che costitutivamente abita l’essere umano attraverso degli oggetti gadget. Tappa cioè la sua insoddisfazione di fondo con l’oggetto di consumo. L’euforia che lo shopping produce è proprio legata a questo meccanismo: l’aspettativa illusoria che il possesso di un determinato gadget possa finalmente lenire inadeguatezze e infelicità. Se l’atto dell’acquisto in sé solleva momentaneamente dall’angoscia, questa è destinata a tornare nel momento in cui si verifica l’insufficienza del rimedio. Ecco allora rinascere la spinta verso nuovi oggetti, in un circolo vizioso senza fine, che sfocia nel così detto consumismo.

Oggi inoltre la scienza avanza come sistema onnicomprensivo di attribuzione di senso, non limitandosi ai semplici fenomeni ambientali ma andando ad abbracciare anche tutto il campo dell’umano. Le spiegazioni “oggettive”di natura “scientifica” sono affannosamente alla ricerca di “evidenze” che possano dar conto di aspetti della vita enigmatici e complessi, da sempre oggetto dell’indagine di poeti e letterati. Così un innamoramento viene ridotto all’effetto del neurotrasmettitore “dopamina”, la tortuosità di una personalità diventa riassumibile in una serie di “item” elencabili e quantificabili, la timidezza è bollata come un “comportamento disadattivo”. E ci sarebbero tantissimi altri esempi. Naturalmente non si tratta qui di demonizzare la scienza, per altro una delle più grandi conquiste dell’umanità, piuttosto di avanzare una critica nei confronti della sua indebita estensione ad ambiti che non sono di sua pertinenza. Il termine più corretto a tale proposito è “scientismo”, che ben evidenzia questa deriva di assolutizzazione del discorso scientifico e di suo innalzamento a riferimento ultimo alla base delle più svariate condotte umane. L’affermarsi dello scientismo è in linea con l’allergia tutta contemporanea verso le spiegazioni complesse, i tempi lunghi del pensiero, in favore di una rapidità e immediatezza di certezze che non aprano problemi ma li chiudano il più velocemente possibile. In tal modo l’angoscia di fronte ai grandi misteri che circondano la nostra vita viene evacuata e agilmente tolta di mezzo. In un riduzionismo che pacifica e acquieta su posizioni aimè tanto ingenue e superficiali quanto tristemente ciniche.

La ricaduta che i fenomeni citati hanno sui sintomi dell’uomo moderno e sul suo approccio alla cura assume moltissime sfumature, non tutte riassumibili in brevi righe. Concentriamoci allora su due filoni principali. Da una parte l’amplificarsi del rapporto solitario con l’oggetto di consumo nel tentativo disperato di colmare dei vuoti taglia fuori il rapporto con l’Altro e il suo potere terapeutico. Gli stessi sintomi quali il panico, la depressione, la tossicodipendenza, l’anoressia bulimia, costituiscono dei ripiegamenti del soggetto su se stesso. Non si pongono in una dialettica intersoggettiva, non sono rivolti all’Altro, non hanno la natura retorico linguistica dei sintomi nevrotici scoperti da Freud. Assomigliano a delle pratiche di godimento autistico. A ciò consegue una difficoltà supplementare per i clinici nel trattare questo tipo di sofferenza con lo strumento della parola e la relazione terapeutica. L’effetto dello scientismo inoltre vi si va a sommare, perché oggi le persone sono intrise della convinzione che la scienza possa risolvere tutto e dunque che il terapeuta faccia lui tutto il lavoro. In una parola la gente non si interroga sulla sua storia, sulle motivazioni inconsce che la possono aver spinta verso l’empasse attuale della propria vita. Attende la ricetta preconfezionata, anche quella da divorare. Sottraendosi a qualsiasi responsabilità personale. L’inconscio in questo panorama viene ridotto sbrigativamente ad un arcaismo, mentre noi psicoanalisti moderni ne continuiamo a difendere il valore, in quanto parte più propria e singolare di ciascuno. La nostra sfida sta nel riallacciare il soggetto sofferente al legame con l’Altro e al suo inconscio, in modo da permettergli finalmente l’incontro inedito con se stesso. Incontro non facile e che non consente di aggirare facilmente la questione spinosa della propria responsabilità. Ma in grado di rovesciare prospettive sterili e date per scontate, aprendo al nuovo. Citando il romanziere inglese D.H Lawrence: <<Benissimo, se c’è una tigre andiamo a vederla. Sappiamo che bisogna guardarla risolutamente negli occhi e lo stesso vale per il nostro alter ego, questo spettro che ossessiona i nostri pensieri. Rispondere alla tigre è il più gran divertimento della vita. Pensare, meditare su se stessi e sulle cose che realmente ci riguardano è il più grande di tutti i divertimenti, specialmente quando, di tanto in tanto, ci si accorge di aver parlato davvero al proprio scheletro>>.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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