Perché il nevrotico e' sempre un po' infantile?

 

Partiamo dal presupposto che la normalità assoluta e' un concetto inapplicabile alla psiche umana. Siamo in effetti tutti un po' nevrotici, nella misura in cui ci troviamo costretti per struttura a subire rinunce e frustrazioni, in virtù delle quali però possiamo beneficiare dei vantaggi della civiltà e del vivere in società.

Il nostro equilibrio di fondo si basa sul fatto che non possiamo fare tutto ciò che ci pare, non possiamo cioè soddisfare disordinatamente tutte le nostre pulsioni. L'esistenza di una realtà al di fuori di noi e la necessità di doverci avere a che fare, limitano e impongono un freno al nostro narcisismo, chiamandoci inoltre a cavarcela con le nostre forze al di la' del riparo rassicurante di qualcun altro.

La nevrosi la potremmo allora definire come uno stato connaturato all'uomo in quanto tale, inevitabilmente segnato da una "castrazione" che va a limitarne impulsi e auto affermazione. La stessa limitatezza della sua vita e vulnerabilità del suo corpo lo inchiodano a una condizione di fondo di mancanza.

I tratti infantili che osserviamo nei nevrotici adulti sono la spia di una difficoltà di accettazione e di attraversamento di questa "castrazione". La cosa più difficile infatti è accettare ciò che viene vissuto come un'imposizione, una ferita inflitta dall'esterno, un 'inaggirabile limitazione alla propria onnipotenza. Quello che non si riesce a vedere e' l'aspetto di guadagno insito nella situazione: desisto oggi da un capriccio non per non godere mai, ma in vista di un appagamento futuro. Questo infondo è ciò che chiamiamo in psicoanalisi col nome di complesso edipico: rinuncio oggi alla mamma, mi stacco da lei, per poter domani avere una donna tutta mia. Un paradiso è perduto ma un altro all'orizzonte si può aprire proprio sulla base di questa privazione. Senza distacco, rottura, taglio, c'è solo colla, invischiamento, implosione.

Le due reazioni più frequenti alle costrizioni della legge sono il rifiuto totale e l'obbedienza cieca. Entrambe paiono due modalità per eludere l'incontro con il limite, spia di una sua non integrazione, di un suo non agganciarsi alla vita e al desiderio. La legge infatti si allaccia al desiderio nella misura in cui toglie per dare, scava una mancanza da cui però possono poi nascere opere e creazioni, da cui sgorga una forza propulsiva che da' frutti. Al contrario l'appagamento disordinato di ogni pulsione non porta a costruire nulla ma induce solo dissipazione, noia e spesso franca distruzione, perdersi.

Il desiderio appare dunque inconcludente o in chi diventa servo della legge, la idolatra riducendola a pura castrazione, a puro dovere per il dovere, oppure in colui che la aggira sempre, costantemente asfissiato da qualsiasi ostacolo ai propri capricci. Entrambe le modalità sono spia di un infantilismo di fondo, riflettono una incompleta risoluzione della dipendenza dalle figure genitoriali e un rifiuto profondo verso il confronto autentico con il limite.

Nel primo caso, quello di chi ubbidisce sempre, vediamo all'opera il bravo bambino compiacente, prono rispetto alle aspettative dell'Altro, pronto a soddisfare la volontà altrui per poter essere lasciato in pace e vivere tranquillo nella garanzia del si fa così perché lo dice l'Altro. Infondo l'unica cosa a cui aspira un bambino e'che la mamma gli dica bravo, in modo da avere così un posto, sentirsi al riparo. E'nell'adolescenza che in realtà un soggetto si pone il problema di cosa vuole davvero la di la' dell'Altro. Ma sempre più spesso ci sono adolescenze che, a volte anche nonostante un'apparenza di ribellione, perpetuano lo stesso atteggiamento infantile di fondo di compiacenza sonnolenta verso i genitori, così che il problema di capire chi si è e cosa si vuole esplode in una fase più avanzata della vita.

Nel secondo, quello del ribelle a tutti i costi, quello di chi si mostra insofferente rispetto a ogni limite, l'infantilismo lo si vede nel suo non assumersi responsabilità, nel rimanere schiacciato in una dimensione di rifiuto che non sfocia in nessun impegno, nessuna iniziativa che duri, nessuna dedizione, nessuna possibilità di sopportare fatica e sofferenza.

Se dalla nevrosi non si guarisce mai perché non è possibile ridurre l'essere strutturalmente segnati da un limite, si può però lavorare sulla possibilità di giungervi a patti, trasformando la mancanza che ci attraversa in una risorsa da cui possa scaturire vita, progettualità, passione. Non l'entusiasmo di un momento ma una disciplina priva di mortificazione, un impegno che nella sua serietà non schiaccia come un macigno. una fatica che non opprime ma a sera lascia spazio alla serenità di aver messo a frutto i propri talenti.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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