L’accoglienza in psicoanalisi

Il trattamento psicoanalitico differisce profondamente da tutte quelle tecniche psicoterapeutiche che hanno di mira la modificazione diretta di comportamenti così detti “disfunzionali” (quali ad esempio depressione, attacchi di panico, ansia, anoressia ecc…).La psicoanalisi infatti considera questi sintomi come la punta di un iceberg, ovvero come delle manifestazioni visibili di un disagio più profondo.

Di solito le cause che portano ad un certo tipo di “atteggiamento non adattivo” affondano nel passato individuale, nella storia personale, in quanto tale diversa per ogni individuo.

Avendo quindi ben chiara la differenza fra causa ed effetto, in psicoanalisi riteniamo inutile (se non a volte addirittura dannoso) incaponirsi in tentativi di aggressione diretta di una depressione o di un attacco di panico. Dare delle prescrizioni, dei compiti a casa, insistere su procedure di controllo del comportamento, secondo il nostro modo di vedere le cose rischia di rivelarsi una pratica coercitiva, basata su un ingenuo buon senso che non riconosce adeguatamente la carica di sofferenza che sta dietro, che causa il disagio osservabile.

Ecco perché secondo noi in primis è importante l’accoglienza della persona sofferente. Non si tratta di buonismo o assistenzialismo. Accoglienza significa dare un posto, un diritto di cittadinanza ai comportamenti strambi e sintomatici di chi chiede aiuto. Significa riconoscere il valore che hanno, in quanto spie, tentativi di espressione di qualcosa che non va. Non precipitandoci a voler riadattare, raddrizzare, correggere, motivare, incitare. Nella convinzione che non esista nessuno standard al quale si debba riadattare un soggetto, che per definizione è unico, particolare, irriducibile a schemi precostituiti.

In psicoanalisi il nome dell’accoglienza si chiama ascolto. Noi curiamo con l’ascolto e con il transfert, ovvero la relazione che si instaura fra curante e paziente. Diamo spazio a quello che la persona ha da dire su di sé, ascoltiamo le sue ragioni. Lavoriamo nella direzione di facilitare una progressiva interrogazione personale, che, a partire proprio da quello che non va, che non funziona, conduce verso una sempre crescente consapevolezza. Rispetto a quello che è stato e che è.

Un percorso così naturalmente richiede tempo. Pazienza. Comporta andare a vedere cose dolorose, spiacevoli. Ma se ne esce trasformati. Con una marcia in più rispetto al sonno rassicurante ma soffocante delle certezze senza crepe.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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