Sublimazione artistica e difesa nevrotica. Che differenza c'è?

Nell'immaginario collettivo la pratica artistica si avvale della bellezza dell'opera d'arte nel tentativo di rimuovere ciò che di insensato e di brutto accompagna l'uomo nella sua esistenza quotidiana. L'arte si contrapporrebbe quindi alla volgarità del mondo, in una sorta di sua trasfigurazione idealizzante che ne agevolerebbe la vivibilità attenuandone il carattere scabroso.

Sarebbe una sorta di opera di maquillage che andrebbe a coprire i difetti di un volto insignificante se non addirittura francamente informe.

Questa visione tuttavia ad un'analisi più attenta si rivela un po' ingenua, perché basata su una separazione rigida fra il campo della bellezza e dell'equilibrio e quello dell'informe e del caos. Questa delimitazione ha il sapore della rimozione operata dal nevrotico, afflitto dalla tendenza ad allontanare e relegare nell' inconscio tutto ciò che risulta incompatibile con una visione ideale e senza sbavature di se stesso. Assume dunque il carattere della difesa, che nella nevrosi elettivamente si dirige nei confronti della pulsione sessuale, in quanto apportatrice di disordine e contaminazione della propria immagine ideale e rassicurante.

La netta contrapposizione fra il regno della forma (immagine ideale) e quello dell'informe (pulsione) appare dunque frutto di un meccanismo nevrotico di rifiuto.

L'artista invece, al contrario del nevrotico, sembra riuscire a tenere insieme questi due ambiti nell'opera d'arte. Apollineo e dionisiaco non si contrappongono ma affondano l'uno nell'altro. Questo perché, seguendo un'intuizione freudiana ancora validissima, la corrente caotica pulsionale che lo anima e che lo mette in risonanza con la pulsazione che corrode, scompiglia, vivifica e attraversa tutte le cose, non viene rimossa, imbavagliata, bensì soddisfatta per una via diversa e "più elevata"rispetto alla schietta soddisfazione sessuale. Il padre della psicoanalisi parlava di sublimazione per descrivere questo processo insito nella creazione artistica. Che non la riduce più a una sorta di difesa dal reale bruto ed informe ma la vede come il risultato di una compenetrazione fra forza propulsiva e indomabile di natura pulsionale e elevazione, forma, bellezza, ordine.

Potremmo allora leggere la bellezza di un'opera non più come semplice azione di mascheramento e infiocchettamento idealizzante degli aspetti meno "appealing" del mondo esterno o interno all'artista. Il meccanismo di velatura e bordatura del reale scabroso della vita si svolge attraverso un suo riconoscimento e attraversamento, non tramite un evitamento fobico. La forza espressiva, la capacità di colpire di un'opera d'arte, qualsiasi essa sia, proviene da una prossimità con la sensualità, l'insensatezza, il dolore, la perdita, il vuoto, l'indicibile, l'informe. Cioè con tutto ciò che segna un limite all'aspirazione nevrotica verso l'ordine, il controllo e l'incorruttibilità. E che buca il regno liscio e senza crepe dell'immagine, in un certo senso accecante ma nello stesso tempo protettivo nei confronti di verità esistenziali per molti esseri umani difficili da padroneggiare e metabolizzare. Con le quali l'artista rivela invece una dimestichezza tutt'altro che evitante.

L'equilibrio di un quadro, di un verso, di un'aria musicale è dunque dato da una compenetrazione di forza e forma. Se prevale una a discapito dell'altra l'opera risulta monca. Priva di forza appare naive, manieristica, stucchevole, noiosa, non in grado di agganciare l'inconscio di chi la fruisce. Senza rigore formale e stilistico si presenta invece come svuotata di ogni sentimento estetico, ingrediente imprescindibile perché si possa parlare di sublimazione, di elevazione rispetto alla prosaicità di un caos nudo e crudo.

 

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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