Lo sguardo dello psicoanalista

Che tipo di sguardo è quello di uno psicoanalista? Che cosa vede quando accoglie un soggetto che gli si rivolge? Come si approccia alla sua sofferenza? Che posizione tiene di fronte ai suoi interrogativi esistenziali, a volte laceranti?

Questo sguardo lo potremmo in un certo senso definire cieco, vuoto. Ovvero privo di giudizio, di aspettative, di fervore indagatorio. E’ uno sguardo che nella sua opacità accoglie la parola, più che l’immagine. La singolarità dell’essere, più che l’apparire.

Lo sguardo di uno psicoanalista non mira a incasellare, catalogare, inquadrare sulla base di parametri comuni e condivisi. Piuttosto, tramite la sua cecità, ne fa piazza pulita, punta direttamente alla differenza, allo scarto che sempre esiste tra un essere e la sua definizione. E che passa, filtra nella sua parola, quando è vera, autentica, non alterata da quella spinta a “presentarsi al top” che interferisce con qualsiasi rivelazione possibile.

Si capisce dunque come nella parola che si fa medium di una sofferenza, di una divisione, di un inciampo vi sia una verità preziosa, a cui la ricezione da parte di un orecchio sensibile ridà dignità di esistenza. Al di là di qualsiasi tentativo di spegnimento e repressione in virtù di un falso adattamento al diktat della felicità a tutti i costi.

Allora lo sguardo si dissolve e si fa ascolto, presenza attenta, pura recettività senza domanda. Certo, soprattutto nei primi colloqui e nei primi tempi, capita eccome che uno psicoterapeuta rivolga delle domande al soggetto che lo interpella. Queste per lo più non sono tanto finalizzate a un’arida raccolta di informazioni. Hanno piuttosto la funzione di riallacciare alla propria parola un soggetto in difficoltà con il dire, il dire di sé.

Si vede bene come al centro vi sia sempre colui che domanda, mai lo psicoanalista. E’ importante che sia lui a fare lo sforzo di parlare. E che sia lui a capire. Chi conduce la cura è buona regola che non comprenda mai troppo del suo paziente, che non capisca proprio tutto, che lasci le sue intepretazioni sempre un po’ insature, allusive, enigmatiche. Perché quando qualcuno ci capisce troppo ecco che inevitabilmente ci rinchiude in schemi che non ci rappresentano. Va bene anche che il terapeuta manchi un’interpretazione, venga contraddetto, sbagli. Perché così può lasciare all’altro la possibilità di dire bene, di dire ancora, di dire meglio, di dire le SUE ragioni.

Va da sé che di fronte ai pressanti interrogativi esistenziali che attanagliano molte vite e che vengono spesso esposti al terapeuta nell’aspettativa di un suggerimento questi non prenda mai posizione. Può chiaramente capitare che in alcuni momenti di pesante sbandamento dia degli appigli, fornisca un supporto, a volte molto pratico. In ogni caso la sua azione è sempre ispirata dal principio etico di fondo che sia l’analizzante ad arrivare a capire cosa fare, cosa scegliere, dove convogliare le proprie energie. Nell’ottica di preservare sempre la libertà del singolo, anche con tutto il peso di responsabilità che la sua assunzione comporta.

Cerca nel sito

Seguimi su

Articoli più letti

La depressione giovanile

Esiste una peculiarità della depressione che affigge il giovane adulto? La sofferenza depressiva fra i venti e i trent'anni sottende cioè un denominatore comune, al di là della particolarità delle vicissitudini singolari?
Un punto ricorrente nelle storie dei giovani che inciampano in una depressione sembra essere la difficoltà di realizzazione personale. In primo piano appare la sensazione di essere come sospesi in un limbo, senza una collocazione definita nel mondo, un posto certo da occupare, una vocazione da seguire.

Depressione e femminilità

L’esperienza clinica ci insegna come la depressione colpisca maggiormente il sesso femminile. E’ infatti accertata una maggiore vulnerabilità della donna nei confronti dell’affetto depressivo. Ma perché? Cosa la predispone a scivolare più facilmente rispetto all’uomo nella tristezza e nell’apatia?

Vivere nel presente

Un tappeto di nuvole dalla forma o dai colori inconsueti, un ramo secco, un'aria carica di umori autunnali, la figura di un passante sono solo alcune fra le mille impressioni che possono colpirci durante una passeggiata o il tragitto verso il lavoro. Spesso però siamo troppo stanchi, troppo presi nei nostri pensieri per porvi attenzione. La preoccupazione per fatti accaduti o ancora da venire, l'ansia di arrivare, di fare, di sbrigare ci distolgono di fatto dal presente, dalla percezione di essere vivi qui ed ora.

La depressione e l’uso del farmaco

Esistono stati depressivi che comportano l’esperienza di un dolore talmente intenso e insopportabile per i quali appare senz’altro opportuno l’uso del farmaco. E’ bene però sottolineare come il ricorso alla cura medica andrebbe circoscritto per l’appunto solo ai casi menzionati, quando cioè il dolore assume una forza tale da spingere chi lo patisce ad atti estremi, pur di liberarsene. Il farmaco ha dunque un’utilità innegabile e preziosa in quanto fattore protettivo nei confronti dell’eventualità di condotte autolesive.

"Il depresso"

Nella poesia di Alda Merini " Il depresso" troviamo una magistrale descrizione di alcuni tratti tipici della psiche di soggetti che soffrono di depressione, nonché del tipo di relazione che li lega a persone che sono affettivamente coinvolte con loro.

Depressione e creatività

Sembra un controsenso, eppure chi è predisposto verso affetti depressivi spesso mostra anche tratti di originalità e creatività, che in genere possiamo riscontrare nel variegato campo delle arti. L’apparente contraddizione è evocata dalla paralisi e stagnazione associate alla depressione, che contrastano con l’idea dell’attività e dell’energia insite nell’atto creativo.

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

Via della Moscova 40/6 • 20121 Milano
N. iscr. Albo Ordine degli Psicologi 03/8181 • Partita Iva 07679690961

Note legali

Gli articoli, i post, i pensieri in versi e tutti i contenuti testuali originali presenti sul sito sono di esclusiva proprietà della dott.ssa Sibilla Ulivi, ed è vietato copiarli o distribuirli.
Vedi le Note legali.