Non c'è terapia senza autentica sofferenza

Senza una vera, profonda sofferenza non vi è nessuna possibilità di beneficiare di un percorso psicoterapeutico. Perché? Cosa intendiamo per autentica sofferenza? Cosa rende un pianto davvero un' espressione di dolore e non un semplice sfogo o un modo per attirare l'attenzione? Cosa cioè distingue una crisi profonda da una passeggera lamentela che al fondo sottende un desiderio che le cose rimangano tali e quali sono?

Chi si lamenta non sempre patisce realmente. L'orecchio di un terapeuta esperto discrimina con precisione le così dette "lacrime di coccodrillo" da quelle che indicano un forte sconvolgimento interiore. Spesso accade che arrivino alla consultazione persone che sì, portano delle lamentazioni, ma le legano esclusivamente all'esistenza di qualcuno o di qualcosa, senza interrogarsi minimamente su loro stesse. Si presentano cioè come vittime di determinate situazioni ma non riescono a vedere la loro parte nel mantenere ciò che le disturba così tanto.

Il non voler vedere il ruolo che si gioca nel perpetrare il malessere che viene esibito (a volte anche molto teatralmente) indica una non disponibilità alla messa in discussione di sè e dunque al cambiamento. Domande di aiuto di questo tipo esprimono di fatto una chiusura verso un'analisi e un'aspettativa magica che il terapeuta possa dire o fare qualcosa che incida direttamente su quelle che vengono ritenute le cause esterne dei propri mali. Emerge un netto rifiuto della propria responsabilità nei fatti, cosa che dunque svuota di valore anche la sofferenza che viene denunciata con così tanta enfasi. Se non si è pronti a rivedere la propria posizione (ad esempio all' interno di certe relazioni o situazioni lavorative) forse non vi si sta poi tanto male, forse inconsciamente si desidera restare lì, c'è una quota di godimento a cui magari non si è disposti a rinunciare.

In quest'ottica appare chiaro come una terapia la si possa intraprendere solo se si è disposti a vedere che c'è qualcosa che non va in se stessi, al di là di quello che non va nell'altro. Il vero dolore che muove verso un cambiamento autentico parte sempre da una lacerazione interiore, un conflitto con se stessi, un non riconoscersi più, un chiedersi chi si è davvero e cosa si vuole veramente. Non ha nulla a che fare con quello che ci fanno gli altri, con quello che dicono o vogliono loro. Ogni volta che l' altro ha il potere di farci soffrire questo potere in realtà glielo stiamo dando noi. E dunque si torna lì, perché mai lo facciamo?

I primi tempi di un percorso terapeutico, nel momento in cui manca un' interrogazione su di sè, sono dedicati a promuovere il passaggio dal vuoto lamento all' assunzione responsabile delle proprie questioni. Non è detto però che questo movimento si compia sempre, è possibile infatti che il lavoro si arresti sul riconoscimento della egosintonicità di quanto sulle prime ci si andava lamentando. Ci si può cioè accorgere di non voler cambiare, di stare bene così, pur con i propri lamenti.

 

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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