La metafora delle due porte in analisi

La psicoanalista francese Colette Soler proponeva una metafora suggestiva per indicare i due tempi che scandiscono un vero lavoro analitico, facendoli corrispondere con l'attraversamento di due porte. La prima soglia da oltrepassare è quella della stanza dello psicoanalista: si deve pur bussare, domandare, compiere un primo passo.

Momento mai semplice, preceduto da lunghe riflessioni e ripensamenti, culminante nell'incontro fra due esseri umani. Ecco allora che la parola inizia a farsi portavoce della sofferenza, c'è qualcuno che ascolta, la questione che affligge viene messa in forma.

È già un sollievo poter dire, poter fare chiarezza, intravedere una via nel caos. Tuttavia in questa fase prevale una domanda di aiuto, di supporto. Non sono ancora chiare le cause profonde alla base degli accadimenti di cui ci si lamenta, in molti casi già si intravedono, ma rimangono sullo sfondo, velate. Non si è ancora in grado di andare a guardarci dentro. Magari sul piano puramente intellettuale qualcosa è già chiaro, già noto, ma manca la consapevolezza profonda, quella che tocca davvero e che coinvolge, smuove, buca le difese della razionalizzazione e del non volerne sapere.

Quindi il secondo passo, decisivo verso una analisi vera e propria, non sempre viene compiuto. Sta al soggetto scegliere, decidere. Se accontentarsi degli effetti terapeutici dati dal primo attraversamento oppure fare uno sforzo ulteriore, andando al di là della condizione di persona ferita per vedere il proprio contributo inconscio nel mantenere ciò di cui si lamenta.

Allora e solo allora si apre la seconda porta. Ma non si tratta di una scelta intenzionale bensì di una assunzione di responsabilità verso i propri atteggiamenti che può avvenire o non avvenire. Jacques Lacan in proposito parlava di "rettifica dei rapporti con il reale", sulla scia di Freud, che invitava i suoi pazienti a guardare la parte che giocavano loro nella sofferenza di cui tanto si lamentavano.

Il passaggio dunque è veramente vertiginoso, perché comporta un rovesciamento di prospettiva radicale. Dal "soffro a causa dell'Altro che mi ha fatto questo e quello" al "patisco perché io stesso mi comporto sempre in un certo modo".

Ad esempio una donna che fugge costantemente dai rapporti interpersonali, attribuendo la sua fuga all'inadeguatezza dell'altro può ad un certo punto, dopo aver smaltito la quota di dolore che la inchioda, dirsi: <<forse sono io che mollo per non essere mollata? Forse io stessa cerco uomini instabili affettivamente per realizzare nel reale il mio sentimento interiore di donna abbandonata?>>

Tale rettificazione apre la via ad un'implicazione autentica del proprio essere nella cura. E prelude alla ricerca di un senso altro, non ancora visto e conosciuto. Che può ad esempio portare la donna in questione a rivedere i suoi rapporti con le figure significative della sua vita, a partire dai genitori, per scoprire la posizione in campo amoroso in cui si è collocata molto precocemente e che ha determinato la logica dei successivi incontri.

Questo lavoro è faticoso, non è per tutti e non è "obbligatorio". Richiede una predisposizione e una forma di coraggio, un voler sapere, una passione per la verità, anche quella che fa male. Inoltre non è mai lineare, le aperture si alternano sempre a periodi di chiusura e di non volerne sapere. L'inconscio funziona così, come un cuore che pulsa. Per questo le analisi non sono mai brevi. I tempi di elaborazione sono lunghi, ma nel tempo così facendo qualcosa cede. Accade che la ripetizione cattiva del passato lasci il posto a modalità nuove, non distruttive e frutto di un'acquisita libertà.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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