L'efficacia della parola

La parola umana racchiude un potere terapeutico enorme. Jacques Lacan in proposito distingueva la parola "vuota" dalla parola "piena", ritenendo solo quest'ultima in grado di produrre effetti di trasformazione. La parola vuota infatti non rappresenta altro che la chiacchiera, il lamento, lo sfogo fine a se stesso, lo sfoggio di cultura. Un parlare cioè senza la tridimensionalità data da un'implicazione in ciò che si dice, senza lo spessore conferito dall'esserci più autentico del soggetto.

Per fare breccia nelle difese nevrotiche la parola deve venire dall'inconscio, deve essere carica di verità senza che l'Io cosciente possa fermarla, deve sgorgare da un'altra fonte, che non sia quella del narcisismo e dell'amor proprio.

Chi la pronuncia è superato, sorpassato da lei e dalla potenza delle sue rivelazioni. Che, se non fuggono via, se non vengono ignorate, è perché c'è qualcuno che le sta ascoltando, un luogo che le fa risuonare in tutta la loro portata.

Il terapeuta, l'analista è colui che opera per custodire la preziosità della parola. È un suo alleato, un alleato dell'inconscio più che dell'Io del soggetto. Per questo il suo sguardo è opaco mentre il suo udito è fino. Perché al fondo non gli interessa l'immagine del suo paziente, non si fa accecare dalle sue qualità e non compatisce le sue sfortune. Si sottrae sempre un po' dalla simmetria del rapporto. Va oltre l'apparenza, sintonizzandosi piuttosto sulla frequenza della sua vera voce, della sua autenticità, della sua irripetibile singolarità.

Questo per facilitare l'incontro da parte del suo paziente con se stesso, con gli angoli più spigolosi e reconditi del suo essere. Perché possa accedere ad un cambiamento, perché possa rompere con certi schemi di comportamento invalidanti e ripetitivi deve vedere cosa c'è dietro ad essi, qual è il motore della loro esistenza, quali meccanismi li tengono solidamente in piedi.

Il dire allora si confonde con il rivivere, tocca davvero, non rimane semplice "bla bla", vuota intellettualizzazione fine a se stessa. Certe questioni vengono portate e rivissute nel qui ed ora della relazione terapeutica che, lungi dall'essere essere un rapporto fra Io, fa venire alla luce le modalità di rapporto del soggetto con l' Altro, l'Altro primordiale, quello che ne ha condizionato l'esistenza.

Tale rivivere, se colto nel momento stesso del suo dispiegamento, può produrre effetti molto potenti. Il soggetto non rimane estraneo a ciò che dice, ma c'è dentro fino al collo nel suo reale, ne percepisce le vibrazioni, ne viene colpito. Dopo tale attraversamento, qualcosa piano piano può cambiare, qualcosa può cedere, staccarsi dall'immobilismo.

Se l'istante di questo vedere ha il carattere dell'immediatezza tipico di una folgorazione, il tempo del comprendere è più lungo e accidentato. L'inconscio si apre e si chiude come il battito di un cuore che pulsa, perciò la guarigione rapida non esiste, così come un percorso senza battute d'arresto e difficoltà. Ma in questa maniera alla lunga le problematiche di fondo che affiggono vengono via via ridotte all'osso, mentre aumenta la capacità di farci i conti e di venire creativamente a patti con ciò che resta di immodificabile.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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