La dualità della psiche: l’intreccio di maschile e femminile

La mentalità comune tende a far corrispondere ciò che è dell’ordine del femminile o del maschile al sesso biologico, inteso come pura differenza sessuale impressa dalla natura. La cosa è tuttavia contraddetta da un’osservazione più fine: a ben vedere i due principi si mescolano e si confondono negli individui secondo le modalità più disparate e del tutto indipendenti dal genere di appartenenza.

La psicoanalisi lacaniana e junghiana, con le dovute differenze concettuali, ha contribuito a diffondere nell’immaginario collettivo le caratteristiche generalmente associate all’uno e all’altro sesso, benché le consideri indipendenti dal mero fattore biologico.

Così intendiamo generalmente il femminile come il regno dell’emotività, dei sentimenti, del capriccio ma anche della mancanza, della sensibilità e della ricettività. Mentre sono di pertinenza del maschile razionalità, freddezza, coraggio, lealtà, individualismo e spinta all’avere. La dimensione femminile é per lo più privata e si declina nella cura del particolare. Il senso prevalente è il tatto, legato alla carezza, al gesto che guarisce. Quella maschile è orientata invece al sociale e al dominio, conseguentemente la vista prevale sugli altri sensi.

Posizione femminile e posizione maschile

Ora non va da sé che un uomo presenti a senso unico i tratti tipici del maschile, così come viceversa non possiamo pensare ad una donna come l’incarnazione tout court del femminile. Il grado di identificazione al ruolo associato al sesso biologico non è dunque dato per natura. È piuttosto legato a fattori culturali e a dinamiche intrapsichiche che affondano le loro prime radici nell’infanzia e in rapporto alle figure genitoriali, che vengono poi rimaneggiate con lo sviluppo della sessualità.

Un uomo in posizione femminile non è necessariamente omosessuale o isterico, così come una donna che si discosta dallo stereotipo femminile non va da sè che scelga di amare le donne o soffra di nevrosi ossessiva. La scelta dell’oggetto d’amore, così come le nevrosi che possono colpire un soggetto, non hanno nulla a che vedere con il grado “percepito” di femminilità e di mascolinità, ma seguono altre logiche.

Non solo: un uomo con forti tratti femminili può essere virile al pari di uno pienamente identificato alla mascolinità, se non addirittura risultare un maschio più completo rispetto al “tutto maschio”. Stessa cosa per la donna: quella dal carattere più forte può esaltare la sensibilità femminile fino alle vette più alte. Il che significa perciò una cosa sola: il possesso di particolarità appartenenti al principio opposto non diminuisce quelle considerate congruenti con il sesso biologico ma può, quando non prende il sopravvento, addirittura esaltarle e arricchirle attraverso la convivenza dei contrari. Viceversa l’adesione senza scarti a ruoli predefiniti implica impoverimento e ripetizione di stereotipi.

La compensazione degli opposti

Le differenze legate ai sessi sotto quest’ottica si smorzano notevolmente, non perché vengano negate o annullate, ma perché in ultima analisi possono venir ricondotte a fattori non inerenti alla biologia. La nostra singolarità è data dalla miscela unica e irripetibile che c’è in ciascuno di noi di tratti femminili e maschili. Un uomo e una donna dunque a rigore possono condividere una sensibilità affine, lo stesso senso del coraggio e della lealtà pur rimanendo individui distinti e conservando le loro diversità irriducibili.

Artiste, scienziate, manager (ma anche umili massaie e virtualmente tutte coloro che sono impegnate su un qualche versante esistenziale) sono esempi di donne la cui femminilità può venir esaltata proprio dal possesso di tratti maschili, se essi non ne dominano completamente lo psichismo e restano in tensione con il femminile.

Questi tipi hanno del maschile l’orientamento al sociale, la ferrea razionalità, un certo coraggio nell’osare e nel prendersi delle responsabilità. Ma, se conservano anche doti femminili, la loro capacità di cura, l’apertura all’altro e la ricettività ne saranno potenziate e non sminuite o schiacciate.

Il maschile viene in aiuto al femminile nella misura in cui ne valorizza l’energia intuitiva e ne tempera gli eccessi, raffinandolo come un diamante. Questo perché la contraddizione interna, il conflitto, la lotta fra opposti, se tollerati, attraversati e vissuti (non sbrigativamente liquidati!) producono ricchezza. Esiste una conciliazione possibile fra i contrari, come accade in una sinfonia in cui si alternano più voci, qui più forti e decise, là più delicate e struggenti. E la bellezza dell’opera si basa proprio sulla complessità, deve ad essa il suo fascino e la sua espressività.

In amore vale lo stesso discorso, una donna con tratti maschili potrà alternare slanci di conquista ad attese pazienti, pur non risultando mai nè la caricatura del maschio conquistatore nè della femmina remissiva. Sarà forse più difficile da capire rispetto allo stereotipo, o forse solo a prima vista. Disvelatasi, avrà più sostanza di tante promesse luccicanti i cui bagliori si affievoliscono in un lampo.

Allo stesso tempo gli uomini possono beneficiare dei loro aspetti più squisitamente femminili, se imparano a considerali non come limiti ma come marce in più rispetto ai loro colleghi “che non devono chiedere mai”. Qui è il femminile che può venire in aiuto: sensibilità e attenzione all’altro sono doti che limitano gli effetti distruttivi di individualismo e razionalità spietate. Se queste ultime apparentemente pagano con risultati immediati, nel lungo seminano disuguaglianza, conflitto e cronica lotta per il potere. Mentre un uomo che non rinuncia alla sua componente femminile raccoglierà frutti più pieni e soddisfazioni più durature e meno effimere rispetto al puro esercizio del potere.

Analogamente nell’amore, la presenza del femminile nell’uomo lo apre alla mancanza, alla poesia, all’attesa. Allora non si tratta più solo di caccia, di pura conquista della preda, ma di ammirazione e contemplazione dell’oggetto che non ha più solo una valenza sessuale ed erotica. La stessa vista, predominante nel maschile, cede il passo alla sensazione, a ciò che Lacan denominava “altro godimento” per definire l’infinito “mistico” del godimento femminile in antitesi a quello meramente fallico, localizzato nell’organo.

La prospettiva junghiana

Femminile e maschile sono allora due forze che si rinforzano a vicenda e che concorrono allo sviluppo più pieno di una personalità. Lo stesso Jung parlava della psiche come di una combinazione di principi maschili e femminili: un’energia dominante che contiene allo stesso tempo anche quella opposta. Sono i famosi archetipi inconsci dell’Anima (componente femminile negli uomini) e dell’Animus (componente maschile nelle donne), energie complementari e compensatorie l’una nei confronti dell’altra.

Alla visione conflittuale e improntata all’ambivalenza e all’incomunicabilità fra i sessi ( tipicamente di matrice freudiana) può subentrarne così una basata sulla dualità della psiche, ovvero sulla compresenza feconda degli opposti.

In tal senso la prospettiva junghiana costituisce un campo di ricerca interessantissimo per tutti gli psicoanalisti curiosi in materia e alla ricerca di cogliere quella che Bion definiva la “cosa vera”, imprendibile da qualsivoglia teoria e accostabile solo dalla mentalità aperta e non dogmatica.

Tags: Rapporto uomo donna

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