Il transfert in psicoanalisi: seconda parte

Il primo modo di intendere il transfert di Lacan è quello di situarlo sull’asse immaginario della cura. Dunque si tratta dei sentimenti messi in gioco in un’analisi: amore, odio, simpatia e via dicendo, che spesso non sono altro che riedizioni della relazione con la figura primordiale di accudimento (un genitore).

Questa prima visione di Lacan, che vede dunque il transfert come un ostacolo al lavoro di decifrazione dell’inconscio, è in linea con il pensiero del fondatore della psicoanalisi.

Nel corso del suo insegnamento Lacan arricchisce il concetto di transfert. Conserva l’idea che esista una sua versione puramente immaginaria, che rallenta e devia il lavoro analitico. Ma, accanto a questa, ne individua una simbolica. Il transfert come amore non è unicamente una questione evocata dall’incontro fra simili. Non deriva solo dall’immaginario, dal gioco di specchi che si attiva con lo sguardo. Il transfert come amore ha una radice simbolica, legata alla parola, al fatto stesso di parlare.

Vediamo da dove proviene la natura simbolica del transfert. Lacan scopre che parlare non significa solo rivolgersi ad un Altro invisibile, ad un’alterità che trascende le caratteristiche del proprio interlocutore in carne ed ossa. Parlare significa anche domandare. Sia nel caso in cui non domando niente, sia in quello in cui domando qualcosa (sia essa un oggetto o un consiglio) emerge un tipo di domanda che va al di là della pura richiesta di qualcosa di tangibile. Emerge una domanda “intransitiva”, cioè senza oggetto. Cos’è questa domanda? Risposta: la domanda d’amore. Nel momento in cui parliamo a qualcuno ci attendiamo di essere ascoltati. Dunque di essere riconosciuti, visti, amati.

Un paziente che parla al suo analista si aspetta di essere ascoltato, riconosciuto, amato. L’analista allora si trova ad incarnare non solo l’Altro della parola, l’Altro anonimo, invisibile. Incarna anche l’Altro del transfert, l’Altro della domanda d’amore. La prima concezione “teneva fuori” l’analista dalle faccende d’amore, questa seconda mostra invece l’impossibilità di sfuggirvi.

Se parlare comporta costituzionalmente l’attivazione della domanda d’amore, a questa domanda l’analista non risponde. Si tratta di una delle regole fondamentali dell’analisi. Non rispondere all’amore non è un atto di cinismo o di distacco. E’ un modo per non far cadere l’altro in una dipendenza che gli impedirebbe di trovare in se stesso le proprie risorse.

Accade però che, per il fatto di ascoltare, di essere al cento per cento presente con le sue orecchie rispetto alle questioni che angosciano il suo paziente, l’analista fa il dono gratuito della sua presenza. Il pagamento delle sedute può essere allora letto in quest’ottica come un modo per svincolare il rapporto da un legame gratuito d’amore.

L’analisi non la si fa per essere amati. Gli interventi che fanno procedere le cure, che fanno superare le impasse, sono quelli che mostrano il rapporto del soggetto con quello che sta dicendo. Non si basano sul rapporto fra simili, fra immagini, fra doppi.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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