Il transfert in psicoanalisi: seconda parte
Il transfert immaginario secondo Lacan
Il primo modo di intendere il transfert di Lacan è quello di situarlo sull’asse immaginario della cura (leggi l'articolo: "Il transfert in psicoanalisi: prima parte").
Si tratta dei sentimenti messi in gioco in un’analisi: amore, odio, simpatia e via dicendo, che spesso non sono altro che riedizioni della relazione con la figura primordiale di accudimento (un genitore). Questa prima visione di Lacan, che vede il transfert come un ostacolo al lavoro di decifrazione dell’inconscio, è in linea con il pensiero di Sigmund Freud.
Nel corso del suo insegnamento Lacan arricchisce il concetto di transfert. Conserva l’idea che esista una sua versione puramente immaginaria, che rallenta e devia il lavoro analitico.
Il transfert simbolico secondo Lacan: la domanda d'amore
Ma, accanto a questa, ne individua una simbolica. Il transfert come amore non è unicamente una questione evocata dall’incontro fra simili. Non deriva solo dall’immaginario, dal gioco di specchi che si attiva con lo sguardo. Il transfert come amore ha una radice simbolica, legata alla parola, al fatto stesso di parlare.
Vediamo da dove proviene la natura simbolica del transfert.
Lacan scopre che parlare non significa solo rivolgersi ad un Altro invisibile, ad un’alterità che trascende le caratteristiche del proprio interlocutore in carne ed ossa. Parlare significa anche domandare. Sia nel caso in cui non domando niente, sia in quello in cui domando qualcosa (sia essa un oggetto o un consiglio) emerge un tipo di domanda che va al di là della pura richiesta di qualcosa di tangibile. Emerge una domanda “intransitiva”, cioè senza oggetto.
Cos’è questa domanda se non una domanda d’amore? Nel momento in cui parliamo a qualcuno ci attendiamo di essere ascoltati, quindi di essere riconosciuti e in un certo senso accolti, amati.
Un paziente che parla al suo analista si aspetta di essere ascoltato, riconosciuto, amato. L’analista allora si trova ad incarnare non solo l’Altro della parola, l’Altro anonimo, invisibile. Incarna anche l’Altro del transfert, l’Altro della domanda d’amore. La prima concezione “teneva fuori” l’analista dalle faccende d’amore, questa seconda mostra invece l’impossibilità di sfuggirvi.
Se parlare comporta costituzionalmente l’attivazione della domanda d’amore, a questa domanda l’analista non risponde. Si tratta di una delle regole fondamentali dell’analisi. Non rispondere all’amore non è un atto di cinismo o di distacco. E’ un modo per non far cadere l’altro in una dipendenza che gli impedirebbe di trovare in se stesso le proprie risorse.
Accade però che, per il fatto di ascoltare, di essere al cento per cento presente con le sue orecchie rispetto alle questioni che angosciano il suo paziente, l’analista fa il dono gratuito della sua presenza. Il pagamento delle sedute può essere allora letto in quest’ottica come un modo per svincolare il rapporto da un legame gratuito d’amore.
L’analisi non la si fa per essere amati. Gli interventi che fanno procedere le cure, che fanno superare le impasse, sono quelli che mostrano il rapporto del soggetto con quello che sta dicendo. Non si basano sul rapporto fra simili, fra immagini, fra doppi.
Esempi di transfert
La domanda d’amore, appagata o frustrata simbolicamente nella terapia, fa da ponte tra il transfert immaginario e quello simbolico.
Esiste transfert simbolico quando il paziente, sullo sfondo di un transfert immaginario positivo, si lascia via via andare sempre di più alla parola, ragionando ad alta voce, parlando alla propria coscienza senza curarsi troppo della presenza del terapeuta.
A questo livello esistono le condizioni perché il terapeuta interpreti il materiale che emerge, non come un oracolo giudicante (e detentore della verità) ma come se fosse egli stesso una parte del discorso che continua, riformulandosi in ipotesi ancora più precise e a volte sbalorditivamente nuove.
Un paziente che si abbandona al suo discorso interiore potrebbe dire: “non sono proprio un grande amatore, al primo approccio sessuale fallisco sempre, anche l’altra sera con M. non sono riuscito, certo lei non mi ha nemmeno lasciato il tempo per capire cosa stava succedendo, come quella volta con S., che poi mi aveva mollato come un fazzoletto usato…“
Il terapeuta potrebbe dire “non è un grande amatore? Forse potremmo pensare che è proprio perché lei cerca l'amore che in queste situazioni si ritira…”
Il paziente a questo punto potrebbe entrare in contatto con le sue ferite e le sue modalità di autodifesa, di cui il sintomo dell'impotenza è l'espressione, la concretizzazione della paura del rifiuto ma anche la difesa dall'eccesso di domanda consumistica dell'altro.
Potrebbe poi aprire il discorso sulla necessità di difendersi dalle donne, dalla madre nello specifico, che magari lo aveva usato come appagamento sostitutivo di sue frustrazioni, non concedendogli così il dono del suo amore incondizionato di madre.
Potrebbe allora vedere la tendenza inconscia a ripetere il trauma, nel tentativo altrettanto inconscio di risolverlo, dando retta a donne voraci ed opportuniste così come ai tempi era stata la madre con lui.
Il livello di consapevolezza in questo modo si espande, a cerchi concentrici, fino a che riesce a sedimentare nell'inconscio come un nuovo modo di stare nel mondo, libero dalla schiavitù del passato.