Anima e Animus

Anima e Animus” fa parte del “L’Io e l’inconscio”, testo redatto da Carl Gustav Jung nel 1928 e primo tentativo di esposizione sistematica della sua “psicologia analitica”.

Secondo Jung nell’inconscio individuale dell’uomo e della donna esistono delle “imago” rispettivamente della donna (l’Anima) e dell’uomo (l’Animus), da intendere come immagini ereditarie “collettive” della donna e dell’uomo che sfuggono alla consapevolezza cosciente ma i cui influssi sono percepibili negli atti, nelle scelte e nelle nevrosi dei soggetti.

La Persona

L’ignoranza rispetto alla loro esistenza è frutto , secondo Jung, della priorità data dalla società occidentale alla così detta “Persona”, ovvero alla “maschera sociale” che inchioda ad un ruolo sociale ben definito, una sorta di “personalità artificiale” frutto dell’esigenza di sicurezza e controllo propria del vivere comunitario.

La costruzione di una Persona collettivamente conveniente si configura allora come una concessione al mondo esteriore che implica sacrificio di sè e nevrosi di ogni sorta.

L’uomo infatti non può tentare di sbarazzarsi di se stesso senza subire delle conseguenze. Il semplice tentarlo scatena reazioni inconsce, fisime, affetti, fobie, idee coatte, debolezze, vizi e così via. Il così detto “uomo forte” nella vita sociale è spesso nella vita privata un bambino: la sua brillantezza professionale può nascondere un volto malinconico, la sua incontaminata morale pubblica delle fantasie innominabili.

L’Anima

Se la Persona rappresenta l’immagine ideale dell’uomo come dovrebbe essere, l’Anima è ciò che si contrappone alla Persona. Essa però resta del tutto fuori dalla coscienza, soprattutto tanto più l’uomo si identifica alla propria Persona. Agisce dunque come qualcosa di intimo e di oscuro, che tende in prima battuta a non essere riconosciuto e quindi a venir proiettato fuori.

Tale proiezione dell’Anima in quanto luogo della capacità di intuizione, del sentimento, delle tendenze “femminili” rimosse, la si vede bene nel campo delle scelte amorose. L’uomo è infatti attratto senza saper bene perché da quella donna che meglio risponde al particolare carattere della sua femminilità inconscia. Ma anche da quella che, lungi da rappresentare l’ideale, incarna le sue debolezze, con il risultato di andare incontro a delusioni ed equivoci.

Dal momento che la prima portatrice dell’immagine dell’Anima è sempre la madre (intesa come protezione dai pericoli che dal buio minacciano l’essere indifeso del bambino ), per l’uomo moderno (a cui vengono meno le solenni consacrazioni alla virilità tipiche delle società primitive che lo rendevano in grado di fare a meno della tutela della madre) l’Anima è proiettata sulla donna in forma di immagine materna.

Tale proiezione fa si che l’uomo, appena si sposa, diventa infantile, sentimentale, dipendente e sottomesso, oppure alternativamente collerico, tirannico e suscettibile, sempre preoccupato del prestigio della sua superiore virilità.

La paura delle oscurità dell’inconscio dà alla moglie un illegittimo potere, quello della madre, assecondandone l’istinto di possesso. Il matrimonio in questo scenario minaccia continuamente di spezzarsi per un eccesso di tensione interna.

L’individuazione

Per Jung appare allora necessario per l’uomo non solo distinguersi dalla Persona per capire chi è al di là di come appare a sé e agli altri, ma anche prendere coscienza della sua Anima, per potersene distinguere. Tale processo di distinzione è difficoltoso nella misura in cui l’Anima è inconscia e pertanto invisibile, ma necessario per non soccombere ad essa e per trasformarla in un’energia creativa.

Se l’uomo moderno persevera a vedere nell’Anima e dunque nelle manifestazioni del suo mondo interiore solo “sciocchezze” , egli ne resta schiavo. Per Jung bisogna che impari l’arte di parlare a se stesso, affrontando le “verità corrosive” senza fuggire la solitudine che questo lavoro inevitabilmente comporta.

La tecnica che Jung suggerisce è proprio quella di un vero dialogo: l’Anima va riconosciuta come una personalità autonoma a cui rivolgere domande personali. L’arte consiste nel lasciar parlare l’ “invisibile contraddittore”, senza essere sopraffatti dall’ansia, dal disgusto verso un tale gioco con se stessi, dalla critica o dal dubbio sull’autenticità della voce del contraddittore.

Ma ci vogliono obiettività e spregiudicatezza per dare modo all’altra parte di esplicitare un’attività psichica che non sia all’insegna della rimozione, dei sintomi o della prorompente affettività! E cercare di ingannarsi appigliandosi a qualche certezza non serve a nulla!

Secondo Jung un lavoro del genere comporta un avanzamento non solo individuale ma anche di civiltà. Per il suo tramite si guadagnano l’adattamento e la protezione contro l’invisibile, che non può avvenire senza concessioni ad entrambi i mondi, l’esteriore e l’interiore, in una conciliazione dei contrasti che solo il termine cinese Tao sembra poter rappresentare (termine che allo stesso tempo designa il fatto più individuale e l’adempimento più universale del senso dell’essere vivente).

L’Animus

E l’Animus nella donna? Se l’Anima, di genere femminile, compensa la coscienza maschile nella donna tale compensazione avviene tramite l’Animus.

La donna è naturalmente interessata alle sfumature delle relazioni personali rispetto ai fatti obiettivi ( i campi del commercio, della politica, della tecnica e della scienza le sono tendenzialmente indifferenti).

Allora, come l’Anima produce “capricci” l’Animus produce “opinioni”. L’Animus infatti va concepito come una sorta di “assemblea di padri” e di altre autorità che ex cathedra emettono inoppugnabili sentenze. Esso è proiettato come l’Anima, e rende conto di certe propensioni femminili verso quegli uomini che si pongono come coloro che sanno tutto.

Nelle donne intellettuali l’Animus causa un argomentare che vorrebbe essere intellettuale e critico ma che in sostanza consiste nel fare di un punto secondario un argomento capitale, contro ogni senso. Senza saperlo queste donne mirano ad irritare l’uomo, non a caso per Jung l’Animus fa sempre uscire fuori l’Anima.

La donna posseduta dall’Animus rischia dunque di perdere la sua femminilità, pertanto dovrebbe imparare a criticare certe sue opinioni, quando esse sono palesemente dogmatiche e aprioristiche per concentrarsi anch’essa sul potenziale creativo della sua componente maschile, il suo “logos spermatikos” (parola generatrice).

Ciò non per rimuovere l’influsso dell’Animus ma per penetrare, indagandone l’origine, nel suo fondo oscuro, dove allora potrebbe imbattersi nelle immagini primordiali proprio come accade all’uomo al cospetto della sua Anima.

 

Tags: Rapporto uomo donna

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