Personalità narcisistica e amore

Otto Kernberg nel suo “Relazioni d’amore” si interroga sulle differenze in amore fra la così detta “normalità”e la patologia psichica vera e propria, ricostruendo  alcune dinamiche francamente malate riscontrabili nelle relazioni amorose fra soggetti che soffrono di disturbi di personalità.

Nella sua disamina sul narcisismo egli rintraccia alla base della così detta “personalità narcisistica” dei sentimenti invidiosi “preedipici” intensi, attivati nella primissima infanzia da una madre rifiutante, frustrante e fredda.

Invidia e rabbia

Tale invidia Kernberg la definisce  “preedipica”,  ossia precedente le dinamiche edipiche che coinvolgono anche il padre. Essa è legata per lo più all’esistenza di una dimensione di accudimento che inizialmente coinvolge la coppia madre bambino e che prescinde  dal terzo, ovvero dal padre.

È da puntualizzare come tale distinzione fra edipico e preedipico non sia condivisa da tutto il mondo psicoanalitico. Per Jacques Lacan ad esempio essa non ha senso, non perché egli non focalizzi la diade madre bambino come cruciale nelle prime fasi dello sviluppo, ma perché  la colloca logicamente all’interno del più ampio orizzonte paterno.

L’invidia associata al rapporto primitivo con la madre costituisce, secondo la lettura di Kernberg,  una forma specifica di rabbia e di risentimento contro un oggetto di cui si ha un bisogno emotivo enorme ma che viene vissuto come frustrante, rifiutante o rifiutante e iperstimolante insieme. Per reazione a tale sofferenza si sviluppa un desiderio di distruggere, di sciupare o di prendersi con forza ciò che viene rifiutato.

Inoltre, sempre secondo questa visione, la  rabbia, l’invidia e il desiderio di vendetta del bambino eserciterebbero un’influenza sull’ingresso nella situazione edipica, trasformandosi in invidia e distruttività verso la coppia edipica genitoriale  e successivamente verso  la coppia in quanto tale.

Da tale mancato riconoscimento materno deriverebbe inoltre un Sè scisso: da una parte un Sè svalutato, riflesso del rifiuto della madre, dall’altra un Sè  grandioso, compensatorio rispetto al precedente e legato al capriccio materno, ovvero ai momenti di esaltazione in cui la madre tratta il figlio come un prolungamento di se stessa. Ne conseguirebbe una personalità vuota, tutta in superficie, pericolosamente oscillante tra mortificazione ed esaltazione, in ogni caso priva di autocritica costruttiva e perennemente reattiva.

Ricadute sulla coppia

Le ricadute di questi meccanismi psichici sulle relazioni di coppia adulte sono evidenti. L’oggetto d’amore è scelto dal narcisista sulla base delle sue qualità esteriori. Non a caso quando  la personalità narcisistica si innamora,  l’idealizzazione dell’oggetto amato può incentrarsi sulla bellezza fisica o sulla ricchezza e sulla fama, tutti attributi esteriori legati ad un immaginario  splendente.

La superficie cioè sostituisce la profondità, quest’ultima non in grado di essere percepita e apprezzata. Un deficit del narcisista infatti  è proprio quello di mancare della “libertà interna” per interessarsi davvero alla personalità dell’altro. Sempre, nelle sue relazioni, subentra la noia, data dalla mancanza di valori comuni e dall’assenza di curiosità autentica per l’altro. Le dinamiche relazionali sono all’insegna della “reazione” immediata al comportamento dell’altro più che della preoccupazione per la sua realtà interna o dello sforzo per comprendere la sua vita, in uno scenario di diffusione di identità e di mancanza di empatia.

La relazione si colora così fin da subito di aggressività, di ingordigia, di avidità, ovvero della speranza di appropriarsi di ciò che venne rifiutato in passato dalla madre. L’altro è un oggetto di cui appropriarsi con forza, così l’eccitazione sessuale finisce col basarsi tutta su questa spinta appropriativa e sull’odio inconscio sottostante.

La tragedia della personalità narcisistica sta nel fatto che l’appropriarsi in modo rabbioso e avido di ciò che viene negato e invidiato non porta mai alla soddisfazione agognata, perché l’odio inconscio verso la “cosa”  che si desidera sciupa e svilisce proprio  ciò che viene incorporato.

Così il soggetto finisce per sentirsi cronicamente vuoto e frustrato, il partner da idealizzato viene svalutato (anche sessualmente) e tutto precipita in un senso di noia opprimente.

Il narcisista dunque non solo non è in grado di amare, ma al fondo non vuole nemmeno essere amato nel senso più pieno del termine. Ciò che cerca è l’ammirazione dello specchio che l’altro può essere per lui, perchè essa supporta e riconferma l’auto stima e l’autoidealizzazione del Sè grandioso patologico.

Ma essere ammirati significa per la personalità narcisistica anche essere invidiati (in virtù di meccanismi proiettivi) , dunque sfruttati e rapinati. Allora  la dipendenza del partner da una parte è ricercata in quanto specchio, dall’altra però non è tollerata perché sentita come un potenziale furto.

La normale reciprocità delle relazioni è vissuta come uno sfruttamento o un’invasione; la gratitudine non può essere sentita, così come può diventare oggetto di invidia la capacità degli altri di dare liberamente, senza timori. In ogni caso il senso di oppressione può divenire così forte da portare a bruschi e repentini abbandoni.

Spunti terapeutici

Se la tendenza del narcisista è quella di distruggere ogni cosa buona e apprezzabile dell’altro, di se stessi e della relazione, è anche vero che esiste in lui una spinta disperata a cercare di contrastare le forze narcisistiche distruttive che lo abitano.

La via privilegiata di ricerca di un contatto con l’altro si apprezza soprattutto nella sessualità. Se l’idealizzazione del partner sopravvive  alla distruttività nei suoi confronti qualcosa del legame si può ancora salvare, seppure in una forma molto concreta e sbilanciata sul piano della fisicità.

Dunque la sopravvivenza dell’idealizzzione per Kernberg costituisce un indicatore positivo del trattamento psicoterapeutico del narcisista. Egli in terapia fa un passo avanti enorme  quando riesce a tollerare un po’ della sua ambivalenza, quando riesce cioè a riconoscere la propria aggressività verso l’altro e a vivere  l’esperienza della colpa e della preoccupazione.

Ciò si traduce nella capacità di rispondere almeno inizialmente  al corpo dell’altro, per poi allargarsi al piano della sua interiorità, operazione di enorme difficoltà e sempre suscettibile di interrompersi in virtù del predominio degli automatismi mentali stratificatisi negli anni e di una superficialità nell’approccio all’altro difficilmente trattabile. 

Narcisismo patologico

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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