Claustrofilia

Analisi terminabile e interminabile”: è da questo scritto testamentario di Sigmund Freud (1937) che  Elvio Fachinelli parte nel suo “Claustrofilia” (1983) per introdurci gradatamente  verso la  sua “trovata”, ovvero l’esistenza della così detta “area claustrofilica”.

Analisi terminabile e interminabile 

Che dice sostanzialmente Freud nel suo saggio? Per lo scrittore egli sembra voler dire che all’interno del procedimento analitico opera una forza, una presenza silenziosa, una potenza che indifferente o ostile si oppone alla sua riuscita, rendendo interminabile il trattamento. Pulsione di morte? “Roccia basilare” del rifiuto della femminilità? 

Fachinelli si propone allora  di continuare lo sforzo di lucidità dell’ultimo Freud, messo da parte dal “furor sanandi” da generazioni di psicoanalisti. E si chiede cosa sia, nel  dispositivo stesso dell’analisi,  a generare la vischiosità notata dal padre della psicoanalisi.

Ci deve essere un qualcosa che il paziente percepisce come “positivo” e che segretamente si cela dietro il rifiuto della guarigione. Ma cosa? 

Comunicare tutto 

La “regola fondamentale”: comunicare tutto ciò che passa per la mente, senza censure. Ed ecco il fenomeno paradossale: davanti al vuoto possibile aperto da questa possibilità l’essere umano erige “impalcature di protezione”, “cartelli segnaletici” e “indicatori di protezione” per evitarne la vertigine. Resistenze? E perché? 

Così l’infinito del comunicare tutto finisce per trasferirsi sulla durata indefinita del trattamento. Ridotto nel presente,  si sposta nel futuro. I valori di regolarità e continuità della coppia analitica vengono ad occupare il primo posto rispetto a quelli della trasformazione e del mutamento. 

Una sorta di ripiegamento, di chiusura  a due che surclassa e rinvia all’infinito  la questione della guarigione. 

Area claustrofilica 

Questo “positivo” che rende inerziale il trattamento comincia allora a delinearsi, e ad avere a che fare con la coppia analista-paziente. Si tratta di un livello analitico che secondo Fachinelli non è stato perseguito sistematicamente e che interferisce silenziosamente sul tempo dell’analisi. 

In gioco c’è una vera e propria “spinta” al claustrum, al chiuso. Una ricerca del chiuso. Un chiudersi, uno sbarrarsi, un serrarsi dentro. Che può essere rilevato attraverso gli indicatori dei sogni “perinatali”, simbolicamente rappresentanti  la spinta alla ricongiunzione con il luogo chiuso dell’utero materno.

L’area claustrofilica è allora caratterizzata da una indistinzione fra madre e figlio, una sorta di “co-identità”, una condizione che coinvolge insieme, e allo stesso livello, madre e  bambino, i quali sono  il “doppio” l’uno dell’altro, pur mantenendosi separati. Un po’ come nella vita intrauterina. 

Fachinelli qui è preciso: non si riferisce infatti alla classica ”fusione” che abbonda nella letteratura psicoanalitica e che implica un riassorbimento del bambino nella madre, una confusività, un’introiezione.  Nè  intende il narcisismo in quanto esito del  rispecchiamento reciproco fra madre e bambino  secondo la teoria lacaniana della fase dello specchio, per lo psicoanalista logicamente successiva. 

Ora l’attivazione dell’area claustrofilica la si vede non soltanto nei sogni, ma soprattutto in relazione al transfert, alla coppia analista-paziente. Ed è essa responsabile dell’inerzia del trattamento, dell’oscura volontà di non guarire e di permanere all’interno del claustrum della relazione analitica. 

Guarire non vuol dire nascere? Separarsi? Uscire dalla co-identità? E l’evento nascita non è stato e non è per molti pazienti l’equivalente di un distacco, di un mutamento sentito come grave, irrimediabile? 

Ecco perché  la spinta al claustrum, ecco perché non voler guarire. 

Claustrofilia nel transfert 

Allo strappo traumatico della nascita, della disarmonia in rapporto ad una  madre frustrante il paziente risponde tentando di recuperare qualcosa della co-identità perduta. 

Tale recupero,  nel transfert,  si palesa nella ricerca di una situazione di affinità, di familiarità intima e di comunanza con l’analista. Il paziente cerca di raggiungere l’identità dell’analista come identità materna.

Spesso in un modo sottile, non famelico, non fusionale, bensì in un assorbimento psichico che implica un intuire e captare l’altro. Una comunicazione attraverso “fili collegati direttamente nella testa”, spesso in un tempo che richiama quello dell’estasi.

Ad esempio l’analista può  essere messo nella posizione della madre che crede, che ha fiducia, cosa che per molti non è stata. Siamo di fronte alla ricerca di una versione idealizzata della madre, “uterina”, paradisiaca. Un claustrum materno perfetto contro la sgradevolezza del rapporto con la madre reale

Fenomeni ESP

Il culmine del tentativo di ripristinare tale rapporto ideale secondo Fachinelli (ben conscio di oltrepassare i limiti della ragione scientifica classica)  può essere segnalato dall’apparizione  di fenomeni extrasensoriali, quali precognizione onirica, telepatia onirica, percezione subliminare ecc... accuratamente dettagliati nel testo. 

Essi indicano precisamente il suddetto tentativo di congiungersi, di immergersi pienamente in una figura che si conosce intimamente, soprattutto quando nella realtà si annuncia un distacco dalla sua persona (pause estive ecc...). 

Solo e semplicemente una “visione di angeli” dello psicoanalista o un accostarsi temerario  ad un inquietante mistero? Questione  aperta e marginale, rispetto al problema dell’accettazione da parte dell’analista di un piano di rapporto così intimo e delicato. 

Si tratta infatti di lasciar cadere  alcuni limiti distintivi della propria individualità, della propria separatezza dall’altro. Il modo più frequente per difendersi da un simile rapporto è un energico allontanamento dell’intera situazione

Come uscirne? 

Se l’ostacolo alla guarigione e il prolungamento indefinito dell’analisi  può essere rinvenuto nel l’attivazione di questa peculiare  spinta all’unità duale, come favorirne l’uscita una volta smascherata? 

Come permettere cioè al paziente di beneficiare della sosta nell’area claustrofilica senza scacciarlo bruscamente ma senza nemmeno permettergli un soggiorno all’infinito? 

Come presentare una versione del futuro che non sia una minaccia, ovvero come sganciare la separazione e il cambiamento dall’identificazione con il pericolo? Come promuovere un attraversamento dell’area claustrofilica, un suo superamento? Come usare l’atemporalità del tempo dell’inconscio, l’immobilismo del claustrum  a favore dello sviluppo e non contro di esso? 

Fachinelli cita come fallimentari le soluzioni proposte da Freud e Lacan.

Il primo,  nel celebre caso dell’uomo dei lupi, propone di fissare dei limiti temporali chiari al trattamento, per poi verificare tutta la debolezza dell’idea.

Il secondo, con le sue sedute irrigidite sulla brevità, fa la stessa cosa, agendo in termini di taglio sulla singola seduta anziché sulla durata complessiva del trattamento. Con frequenti effetti di stagnazione. 

Entrambi, per Fachinelli, tentano di agire sul tempo, su un primo strato di un’area sepolta. Vanno nella direzione giusta, ma in maniera approsssimativa, come ogni acting. E tale “direzione giusta” è data precisamente dalla introduzione di una discontinuità nella continuità del claustrum.

Non sono al fondo terapeutiche in Lacan (così come in ogni vera analisi), conclude Fachinelli, più che le sedute corte il modo con cui esse vengono punteggiate? Ovvero “la battuta, l’intervento sconcertante, la risposta elusiva”?

E dunque in fin dei conti l’elemento sorpresa in una “messa fra parentesi” di tutto il noto e già saputo? 

 

Tags: Psicoanalisi lacaniana, Guarire dai sintomi

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